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DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORICO-ECCLESIASTICA

DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI

SPECIALMENTE INTORNO

AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADKI, AI SOMMI PONTEFICI, CAIIDINAH E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII , ALLE FESTE PIÙ SOLENNI AI RITI, ALLE CEREMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE PAPALI, CARDINALIZIE E PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.

COMPILAZIONE

DEL CAVALIERE GAETANO MOROrsI ROMANO

. PRIMO AIUTANTE DI CAMERA DI SUA SANTITÀ

GREGORIO XVI.

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VOL. XXIX.

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IN VENEZIA

DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA MDCCCXLIV.

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DI ERUD\Z\M.

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DA S. PIETRO SINO Al DS TRI GIORM

S P E C I A L M E N T i INTORNO

AI l'HINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADB Al ^uMMi fOlil

E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, - VaBII GIADI MttA

DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA PAT «1 ARCALI , ARTI

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PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITJt, r.\iL'ESTRI CO OsriTALIKkI, HO*

CHE ALLA CORTE E CURIA BOMAlfA ED ALLAAMICLIA POUTIflCIA, IC. IC. CC.

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DALLA TIPOGRAFA F>1| LIANA MDCCCXI V.

DIZIONARIO

DI ERUDIZIONE

STORlCO-ECCLESlASTlCA

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rENOVEFFA o GENEVEFFA

(s.). Nacque da un Severo e da una Geronzia, verso l'anno 4^2, nel vil- laggio di Nanterre, due leghe da Parigi distante. Passando per colà s. Germano d'Auxerre e s. Lupo di Troyes, che andavano a combattere V eresia di Pelagio nella gran Bre- tagna, tra la folla divota che do- mandava la loro benedizione, s. Germano per superna ispirazione distinse Genoveffa, fanciulla di set- t'anni. Fattasela appressare coi suoi genitori, predisse loro la futu- ra grandezza della figliuola, ed aven- do inteso da lei medesima che ar- dentemente bramava di dedicarsi al Signore in perpetua virginità, la benedisse e la consagrò a Dio da quell'istante. Allora Genoveffa riguardossi come affatto separata dagli uomini, di nuli' altro occu- pandosi che degli esercizi della cri- stiana pietà e della più fervida di- vozione. Giunta all'età di quindici anni, fu presentata al vescovo del paese per ricevere il sacro velo

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della religione. Perduti i genitori, ritirossi a Parigi presso una signo- ra ch'era sua santola, seco recan- do lo spirito della più austera pe- nitenza. Ella non mangiava che la domenica e il giovedì, e non ci- ba vasi che di un po' di pane e di alcune fave, assolutamente vietato- si r uso del vino. Seguitò questo tenore di vita fino ai cinquant' an- ni, in cui alcuni vescovi la costrin- sero ad usare d'un po' di latte e di pesce. A tanta mortificazione accop- piava perfetta purezza , profonda umiltà, viva fede, carità ardentis- sima, quasi continua orazione: e n'era ricompensata con quelle in- terne sovrumane consolazioni che il mondo non può dare, i mon- dani comprendere. Nullameno era d' uopo che la sua virtù fosse pro- vata colla tribolazione. I suoi ne- mici, approfittando della sincerità con cui ella parlava dei favori straordinari che lo Spirito Santo comunicavale, la spacciarono per ipocrita e fantastica, caricandola di

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odiose e disonorevoli imputazioni. Ma s. Germano che passò per Pa- rigi, andando la seconda volta nel- la gran Bretagna, conosciutane l'in- nocenza, prese la difesa di lei, e fé' tacer la calunnia. Nel ^5o mi- nacciando Attila d' invadere la Francia con formidabile esercito, sparse in Parigi la costernazione e lo spavento. Genoveffa, ripiena di fiducia iu Dio, promise a' parigini che allontanerebbero tanta calami- tà se ricorressero ai digiuni e alle orazioni. Alcune femmine si chiu- sero con lei nel battisterio pub- blico, e vi passarono parecchi gior- ni in orazioni e penitenze. Altri trattando la santa da falsa profe- tessa, spinsero il loro furore a se- gno che sarebbe corsa pericolo del- la vita, se non giungeva l'arcidia- cono d'Auxerre portandole delle eulogie in nome di s. Germano, che signiflcavale con ciò la sua stima. Questa circostanza ispirò ne' persecutori di lei sentimenti piìi umani e religiosi , che si cangia- rono in venerazione allorché mu- tando gli unni direzione alla loro marcia, si avverò la predizione del- la santa. Ella ebbe inoltre il do- no dei miracoli, e ne operò di stre- pitosi a Parigi, a JMeaux, a Laon, a Troyes, ad Orleans, a Tours, per cui dilatossi la fama di sua santità. Nell'assedio di Parigi fatto da Childerico, Genoveffa si pose al- la testa di coloro ch'erano spediti a cercar viveri, escoitatili fino ad Arcis-sur-Aube ed a Troyes, li ri- condusse illesi passando fra l'oste nemica. Dopo la presa della città, Childerico, benché gentile , rese o- maggio alla virtù di lei , ed a sua istanza usò molta clemenza, nel che fu imitato da suo figlio Clo- doveo. Genoveffa fece erigere una

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chiesa in onore di s. Dionigi di Parigi, pel quale avea speciale de- vozione. Contribuì colle sue orazio- ni alla conversione del re Clodoveo. e Io impegnò ad innalzare la basi- lica de'ss. apostoli Pietro e Paolo, poi compita da s. Clotilde. Final- mente morì di ottantanov'anni, ri- piena di meriti, a' 3 gennaio del 5 12, e fu sepolta nel l'ecinto del- la nuova chiesa degli apostoli non ancor terminata, la quale in segui- to prese il nome di lei e lo porta tuttora. Dell'abbazia, canonichesse, e canonici di s. Genoveffa, se ne tratta nel seguente articolo . Il suo culto è celebre a Parigi, che la onora del titolo di patrona, e deve alla sua intercessione se- gnalati favori. Neil' anno 1129 un morbo crudele detto l' ardente faceva strage de' parigini; e dopo una solenne processione in cui fu portata alla cattedrale la magnifi- ca cassa di s. Genoveffa, cessò sul fatto quel tremendo flagello. Papa Innocenzo II, recatosi in Francia l'anno seguente, verificato il mira- colo, ordinò che se ne celebrasse ogni anno la memoria il 26 settembre; la festività poi solenne di s. Genoveffa celebrasi a' 3 di gennaio.

GENOVEFFA (s.). Abbazia, ca- nonichesse e canonici regolari. P. il voi. VII, pag. 235 e 271 del Di- zionario. La celebre abbazia di s. Genoveffa era situata a Parigi [Fe- di], in capo alla strada detta di s. Genoveffa, che non formava an- cora parte delia città quando fu fondato il monistero. In questo luo- go eravi un cimitero ove fu sepol- to Prudenzio vescovo di Parigi ; e s. Geno'.'effa (Fedi), morta ne' pri- mi del IV secolo, fu ivi pur tumu- lata. Scrivono alcuni che sulla di

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GEN GEN 7 lei tomba fu eretto un oratorio di monistero, vi destinò Eude priore legno, che il re Clodoveo I ridus- di s. Vittore come capo della x'i- se a forma di chiesa sotto l' invo- forma, con dodici suoi confratelli cazione de' santi Pietro e Paolo, accordatigli dall' abbate Gilduino. per adempiere il voto che avea Nel 1177 eletto in abbate Stefano fatto prima delia sua partenza da di Tournay intraprese la restaura - Parigi perla guerra contro i goti: zione del monistero, e coprì la la cosa però non andò in tal mo- chiesa di piombo, come ristabilì in do, giacché è noto che s. Genovef- vigore la disciplina, facendovi e- fa mori nel 5i2, cinque settimane gualmente fiorire la pietà e l'amo- dopo la morte del re, e fu sepol- re delle lettere , ma separando la ta presso questo principe nel re- scuola de' religiosi da quella degli cinto delia nuova chiesa da lui inco- scolari. Verso quest' epoca ebbe minciata per luogo di sua sepoltura, principio la carica di cancelliere di fuori della città, sopra una collina s. Genoveffa , il quale era un uffl- poco distante dal suo palazzo. Quin- ziale nominato dall'abbate, che ne di Dio operò gran numero di facesse le veci con accordare la li- prodigi per l'intercessione di s. Gè- cenza d'insegnare; prima il can- noveffa a chi ricorreva alla sua celliere nominava i dottori e i pro- tomba, che la chiesa prese il di lei fessori di tutte le facoltà, poi solo nome. La pia regina Clotilde vedo- potè accordare il grarlo di maestro va di Clodoveo I la terminò ed di belle lettere e filosofia. Nel 1227 abbellì di ricchi ornamenti, come circa il Papa Gregorio IX accordò quella che avea indotto il re a all'abbate l'uso della mitra e del- fabbricarla; indi la scelse per luo- l'anello, e Clemente IV la facoltà go di sua sepoltura, come avea fat- di poter conferire la tonsura e i to il marito nel mezzo del coro , quattro ordini minori a' suoi reli- e la regina fu deposta presso i giosi , ed alcuni diritti che poi ri- gradini dell'altare maggiore, poscia nunzio nel 1669: conservò però la trasportata dietro il coro, pel culto prerogativa di assistere alla proces- che i francesi le tributarono. Ter- sione della cassa di s. Genoveffa minato il tempio fu distrutto l'o- con mitra e pastorale, incedendo a ratorio di legno eretto sul sepolcro destra dell'arcivescovo di Parigi, e di di s. Genoveffa , ed il corpo della dare come lui la benedizione nelle santa fu trasferito dietro l'altare contrade. Siccome s. Genoveffa è ìa maggiore, e collocato in preziosa protettrice di Parigi, così la cassa cassa, sostenuta da quattro colon- contenente le sue reliquie, d'ar^en- ne di bellissimo marmo. L'abbazia to dorato, e ricca di pietre prezio- di s. Genoveffa sino all' 857 fu se donate dai re e dalle regine di amministrata dai monaci, ma es- Francia, portavasi in processione sendo stata bruciata dai norman- nelle grandi calamità pubbliche ni, furonvi sostituiti de' canonici tutto il clero e tutte le corti su- secolari, a' quali succedettero quei periori della città assistevano a que- regolari dell' ordine di s. Agostino sta processione ; i religiosi della nel I 148. Fu allora che il celebre santa procedevano a piedi nudi abbate Suger, incaricato dal Pon- alla destra del capitolo della me- tefice Eugenio III di rifoimaie il tropolitana.

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L'abbate e i canonici regolari tli s. Genoveda liiiunziarono a diversi diritli cbe avevano sulla pari'occhia di s. Stefano del Monte, e su diverse allre chiese di Parigi sino dal 1202, dappoiché la chiesa di s. Stefano era contigua a quella antica di s. Genoveffa, il cui abbate nominava a reggerla un suo religioso. Inol- tre questo abbate era il conserva- tore dei privilegi apostolici , e de- putato dalla santa Sede per cono- scere e giudicare tutte le cause tra persone ecclesiastiche : la sua camera apostolica aveva anticamen- te molto credito ed un grandissi- mo potere; le appellazioni porta- vansi immediatamente alla santa Sede, ma gli abusi che ne deriva- rono ne fecero col tempo limitare la giurisdizione. Caduta l' abbazia nel rilassamento, Luigi XIII dopo la morte dell' abbate Beniamino Brichanteau , eh' era pur vescovo di Laon, la diede con autorizzazio- ne di Gregorio XV al cardinal Francesco de la Rochefoucault , il quale l'accettò colla condizione di potervi ristabilire il buon ordine e la primitiva regola. In fatti do- po aver stabiliti a s. Genoveffa do- dici canonici regolari della nuova riforma di s. Vincenzo di Senlis , a' 27 aprile 1624 scelse uno di essi per suo coadiutore nella per- sona del p. Carlo Faure ; indi vi associò altre abbazie, in modo che l'abbazia di s. Genoveffa divenne il capo d' una congregazione del suo nome, di cui volle che il superiore generale ogni triennio fosse pure abbate di s. Genoveffa, con l'ap- provazione del Papa Urbano Vili, e del re Luigi XIU.

Nel regno di Francia la congrega- zione di s. Genoveffa giunse ad avere sessautasette abbazie, treni' otto prio-

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rati conventuali, due prepositure e tre ospedali : nei Paesi-Bassi tre ab- bazie, tre priorati, oltre un gran- dissimo numero di parrocchie . Quanto al monistero di s. Geno- veffa, r interno era molto ben fab- bricato, e da per tutto appariva la maggior proprietà. L' abbazia pos- sedè una biblioteca che passava per una delle migliori di Europa, sia per 1' edilizio, che per la qua- lità e quantità di libri, oltre un gabinetto d'antichità descritto dal p. Molinet; poi si aggiunse la col- lezione delle medaglie d'oro che nel 1752 gli lasciò il duca d'Or- leans, che ivi erasi ritiralo. Dopo qualche anno si fabbricò una nuo- va chiesa a s. GenovefEi maestosa, con disegno del celebre Sufflot, ed il re Luigi XV vi collocò la prima pietra nel settembre del i 764; ma questo superbo monumento soggiacque alle vicende della re- pubblica francese , che lo destinò per Pantheon alla sepoltura degli uomini illustri della patria, sebbe- ne vi furono tumulati anche colo- ro che si lordarono le mani del sangue de' propri concittadini, pro- fanatori della religione e della ca- sa del Signore. In questa triste e fatale occasione si cambiarono mol- ti bassi- rilievi, e si fecero diverse mutazioni, secondo l'uso cui dovea servire. Restituita la chiesa di s. Geno vetta nei primi anni del cor- rente secolo alla sua precedente destinazione religiosa, nel i83o per le note vicende politiche nuova- mente fu ridotta ad uso di Pan- theon. La congregazione di s. Ge- novelfa lu onorala da molti perso- naggi con la loro pietà e dottrina. V. Gallici Clirist. noi'a tom. VII, p. 700; Le Fevre, Calend. storico di Parigi p. 5oo, e gennaio 3, no-

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vembre 26 ; Piganiol, Descrizione di Parigi tom. V, p. loS; e Sainl- "Victor, Tableau historique et pitto- rescjue de Paris. In questa città e- ravi pure altra antica chiesa dedi- cata a s. Genoveffa, detta la Pic- cola s. Genoveffa ; sorgeva presso la cattedrale , ed alla casa ove la santa morì, e fu demolita nel 1747 per fabbricarvi i' ospedale dei fan- ciulli esposti.

GENTILE (b.). Sorti i natali a Matelica, città della Marca di Ancona, dall'illustre famiglia Fi- naguerria, e giovane ancora entiò nella l'eligione di s. Francesco. Con- sagrato sacerdote ritirossi sopra il monte Al verno, luogo celebre pel soggiorno del suo santo patriarca, e si rese modello di perfezione cri- stiana , e fervido contemplativo. I religiosi del convento, ammiratori delle sue virtù e de' suoi meriti, lo scelsero due volte per loro su- periore. Predicatore zelante ed elo- quente, ricondusse sul sentiero del- la virtù uomini traviati. Passò a predicare la fede nel Levante, scor- se le frontiere delT Egitto, s'inol- trò nella Persia. 11 Signore avva- lorò la sua dottrina col dono dei miracoli, e colla scienza dell'avve- nire; e i persiani stupefatti a que- sti prodigi, ricevettero il battesimo in numero di diecimila. 11 nuovo apostolo non tralasciò d'adoperarsi con tutto il fervore per rassodare la fede de' novelli cristiani. Si uni al veneto ambasciatore Marco Cor- nare, poi doge di Venezia, ch'era- si recato in Persia, per visitare seco- lui la tomba di santa Caterina sul monte Sina nell' Arabia. Continuò poscia in quel paese le sue fati- che ; ma i saraceni adirati pei trionfi eh' egli riportava sulla set- ta di Maometto, gli fecero sofìii-

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re il martirio a Toringia nel i34o. Le sue reliquie furono acquistate a prezzo d' oro da un Nicola Quiri- ni nobile veneziano, e trasportate a Venezia, dove riposano in un'ur- na marmorea nella chiesa di san- ta Maria Gloriosa, già de' frati mi- nori : sotto l'urna avvi dipinta l'im- magine di questo servo di Dio, di- nanzi alla quale arde una lampa- da. Il di lui culto fu approvato da Papa Pio VI, il quale permise all'or- dine di s. Francesco ed al clero di Matelica di celebrarne la festa a' 5 di settembre, giorno in cui il b. Gentile ricevette la corona del mar- tirio.

GENTILE. Questa parola deri- va dall' ebraico Goiini o Gojini o Gotim , dappoiché con tal vocabolo gli ebrei appellavano le nazioni e tutti i popoli della terra, ed ognu- no che non era israelita. In origi- ne questo vocabolo non significava nulla di spregevole , ma in pro- gresso i medesimi ebrei vi uniro- no un' idea svantaggiosa a motivo dell' idolatria e dei vizi, da cui e- rano infette tutte le nazioni. Quan- do gli ebrei furono convertiti alla fede dell' evangelo, continuarono a chiamare gentili, gentes, le nazioni ed i popoli che non erano ebrei, cristiani. San Paolo è denomi- nato V apostolo delle genti, ['apo- stolo dei gentili o delle nazioni , perchè principalmente si occupò al- la conversione ed alla istruzione dei gentili , che dislingue talvolta anche col vocabolo di greci, come abbiamo neW epist. ad Rovi. I, i^, I 6 ; neir epist. ad Corinth. 1 , 22 , 24; e neW epistola ad Galat. 3, 28. Anche s. Luca negli atti degli apostoli 6, I , fa uso del vocabolo graecus , nel medesimo significato. Molti ebrei superbi dei privilegi

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della loro nazione, e delle promes- se che Dio avea loro fatto, e del- la legge che avea loro data, si sde- gnarono al vedere che i gentili era- no ammessi alla fede, senza essere assoggettati alle cerimonie del giu- daismo. Fu necessario un decreto degli apostoli riuniti da s. Pietro in concilio a Gerusalemme, per de- cidere che bastava credere in Ge- sù Cristo per essere salvi, e che non si dovessero inquietare i gen- tili convertiti alla fede, ma si scri- vesse ad essi , che solo si astenes- sero dalle caini immolate agl'idoli, dalla fornicazione, e dal mangiare animali soffocati, il sangue, co- me si ha dagli Alli apost. e. i5, V. 5 e seg. Malgrado però di que- sta decisione molti ebrei perseve- rarono nel loro erroneo sentimen- to, e furono chiamati giudei ebio- niti, dall'eretico Ebione [T-^edì) lo- ro capo. Contro gli ebioniti s. Pao- lo scrisse principalmente la sua let- tera ai galati. I profeti che avevano annunziato la conversione e la fu- tura salute de' gentili , in nessun modo aveano sisrnificalo che sareb- bero sottomessi al giudaismo : anzi avevano predetto che alla venuta del Messia vi sarebbe una nuova alleanza, come si espres'je Geremia e. 3i; una nuova fede al dire d'I- saia e. 42, V. 4 ; *iQ nuovo sacer- dozio 5 e nuovi sacrifizi come di- chiarò Malachia e. &5, v. 21, e. i, V. io; e che assolutamente cesse- rebbero quei del tempio di Geru- salemme, lo si legge in Daniele cap. 9, V. 27. Dunque per par- te de' giudei, osserva il Bergier, era un'ostinazione assai mal fon- data il pietendere che la legge di Mosè fosse stata data per tutti i popoli e per sempre; che non vi potesse essere salute pei gentili sen-

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za l'osservanza delle cerimonie le gali.

]l Rinaldi negli Annali ecclesia- stici tratta molti punti risguardan- ti i gentili, dicendo che nei primi tempi i discepoli degli apostoli di- spersi, non predicarono ai gentili, ma ai soli ebrei ; che s. Pietro a- prì ai gentili la via per venire al- la Chiesa, per cui fu ripreso dal- l'eretico Cerinto , il quale voleva obbligare i gentili di recente con- vertiti, alla circoncisione ed alle al- tre mosaiche osservanze, cui ave- vano dispensato di seguire gli apo- stoli nel terzo concilio di Gerusa- lemme; dice quando i discepoli incominciarono a predicare ai gen- tili , e dei costumi fieri di questi avanti la predicazione salutifera del vangelo, ed altri punti relativi alle loro usanze, riti ch'ebbero in co- mune coi cristiani e con gli ebrei, delle loro superstizioni, e degl' im- peratori che permisero o vietarono loro il sacrificare , come di quelli che li protessero o repressero col- r inabilitarli alla milizia ed alle magistrature , onde distruggere le reliquie dell'idolatria ; quindi della conversione dei loro templi in chie- se; che i cristiani chiamarono pa- gani gì' idolatri , ed i romani ap- pellarono i barbari col nome o co- me sinonimo di gentili, alleati o no dell'impero, nonché con quello di stranieri, in opposizione ai pro- vinciali, cioè gli abitanti delle pro- vincie dell'impero, secondo che s' insegna nel diritto romano e nel rescritto degl' imperatori , tit. de nupt. Geni., e. Theod.

IlMamachi nei Costumi de primiti- vi cristiani principalmente discorre come i gentili conobbero l' innocenza de'cristiani, e che mossi da questa e dalla divina grazia abbracciarono la

loro religione; de' nomi obbrobrio- si co' quali i gentili chiamavano i Cristiani (P^edi), come a quell'artico- lo notammo ; delle calunnie dei gen- tili inventate dall' odio che porta- vano al nome cristiano ; che ne ap- provavano la loro conversazione , ma siccome superstiziosa ne ripro- vavano la religione; che punivano i cristiani per il solo nome, sebbe- ne alcuni di loro persuasi dell' in- nocenza de' cristiani abbracciarono la religione de' medesimi ; dice del- le testimonianze degli stessi gentili, colle quali provasi la verità della religione cristiana; del loro errore della pluralità degli Dei, e per qual motivo loro dispiacesse che i cri- stiani non si accostassero ai templi degli Dei; narra le persecuzioni di essi contro i cristiani, e viceversa r amore che questi avevano pei gen- tili, e con quanta diligenza ne pro- curarono le conversione. Il p. Rui- nart negli ydui sinceri dei primi martiri della Chiesa cattolica, par- la come i gentili deridevano i ca- duti, delle sevizie brutali che face- vano contro i cadaveri dei martiri, e che dopo la morte di Giuliano r Apostata in più luoghi si leva- rono a rumore, ed uccisero molti cristiani in odio della fede. Pom- peo Sarnelli nelle Lettere ecclesia- stiche, rileva vari usi dei gentili, e delle non poche costumanze puri- ficate e santificate nel cristianesimo. Il p. Stefano Menochio nelle Stila- re o trattenimenti eruditi, tratta mol- ti argomenti analoghi a' gentili, fra' quali ne accenneremo tre: che nei primi tempi del cristianesimo i gen- tili non distinguevano i cristiani dai giudei; delle diligenze e sforzi che fe- ce Giuliano l'Apostata per rimettere e riformare il gentilesimo, e come contro le invenzioni di lui si an-

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dassero schernendo i cristiani; e delle industrie usate già dai genti- li per sopprimere nella Giudea le inemorie e la venerazione de' luo- ghi santi. Il Buonarroti nelle O^- servazioni sui medaglioni e vetri antichi, nel parlare degli avanzi del- la gentilità e memorie della sua superstizione, dice ch'esse dimostra- no la potenza della nostra religio- ne, e sono suoi trofei ; ed in mol- ti luoghi spiega come gli scultori, i mosaicisti ed altri artisti signifi- carono nelle loro opere i gentili , con simboli e figure. Finalmente Giovanni Marangoni , Delle cose gentilesche e profane trasportate ad uso ed ornamento delle chiese, copiosamente discute 1' argomento , dichiarando che i gentili tolsero dai sacri libri molte storie, riti e dottrine, indi deformate con favole, e che dai medesimi ricercarono le somiglianze delle figure de' loro si- mulacri; che bramarono che i loro templi fossero convertiti in altri usi, piuttosto che vederli diroccati , e che senza saperlo prepararono i ma^ leriali più sontuosi, per la magni- ficenza delle nostre chiese.

GENTILE Partilo da Monte- fiore, Cardinale. Gentile Partino nacque in Montefiore nella Marca, diocesi di Fermo, in età giovanile in detta sua patria professò nell'or- dine de' minori, fu mandato a stu- diare nelle celebri scuole della cit- tà di Parigi, e divenne uomo gra- vissimo, come lo chiama il Buon- fìnio , siccome dotato di straordi- naria virtù, scienza e saviezza. Es- sendo dottore in teologia, perciò detto il dottore parigino, e lettore del sagro palazzo apostolico , dopo aver egli nelle scuole di esso dato saggio di sua dottrina, il Pontefi- ce Bonifacio Vili ne premiò il me-

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rito a' 4 (iicembie 1^98, creando- lo cardinale dell' ordine de' preti , conferendogli per titolo la chiesa di s. Martino ai Monti. Inoltre Bo- nifacio Vili lo inviò legato in Si- cilia, lo incaricò di aiutare i cava- lieri gerosolimitani per la ricupera di Palestina, e gì' impose di com- primere gli eretici fraticelli. Dopo la morte di (|uel Pontefice inter- venne ai conclavi in cui furono elet- ti Benedetto XI, e Clemente V , il quale nel i3o5 gli aflidò la cura e l'amministrazione della chiesa di s. Prassede, e dichiarandolo legato apostolico con ampie facoltà lo spe- dì in Ungheria, munito di un pon- tificio breve diretto ai popoli di quel regno , non che a quelli di Polonia, Dalmazia e Croazia, nel quale venivano esortati a prestar- gli ubìjidienza. Il cardinale condus- se in Buda Carlo Bimberto o Ro- berto ossia Carlo Martello figlio di Carlo II re di Sicilia, ricono- sciuto e confermato dalla santa Se- de qual re d' Ungheria, e siccome gli ungheresi avevano ricusato di prestargli ubbidienza, erano stati ful- minali colla sentenza dell'interdetto. In Pesto o Pestino il cardinale con- vocò una generale assemblea degli stali , ed in essa coronò solenne- mente Carlo in re d' Ungheria, col nome di Carlo I Roberto. Nella medesima assemblea il cardinale sta- bilì, che se Stanislao o Ladislao vai- voda non avesse restituito la corona delta santa dagli ungheresi, manda- ta già dal Papa Silvestro II al re s. Stefano I , nella quale essi pre- tendevano essere fondato il diritto reale, si tenesse in avvenire in con- to di profana, ed un'altra bene- delta se ne dovesse mandare dal Pontefice pel nuovo re; in tal mo- do dopo dieci anni di discordie e

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sedizioni, Carlo I cominciò a pien- dere le redini del governo. Ad on- ta di tanta solennità con la quale erasi coronato il principe, avendo due palatini del legno reclamato , e preteso d'intimare una nuova dieta, dalla quale esigevano fosse escluso il cardinal legato, questi fidminò l'anatema contro tulli quel- li che avessero ricusato di prestar omaggio al re Carlo I , e special- mente contro Matteo Palatino capo de' ribelli, e reo di gravi ed enor- mi delitti. In questa legazione il cardinale confermò, come nana il Panvinio, l'ordine de' monaci di s. Paolo primo eremita, che mili- tavano sotto la regola di s. Agosti- stino. Nella cronaca del Wadingo, attribuita al b. Odorico da Forlì , e riportata dal Baluzio nelle ag- giunte al tom. I delle Vile de Pa- pi d'Avignone 'p. ì^i/ì, viene de- scritta la legazione del cardinale, con tutte le più minute circostan- ze avvenute ne' ti-e anni che durò, e delle costituzioni da lui date al regno ungarico, col titolo: Ada conventiis Possoniensis . Portatosi il cardinale in Avignone, ove Cle- mente V avea stabilito la residen- za pontificia , poscia intervenne al concilio generale di Vienna, in cui con invincibili argomenti teologici, e di diritto canonico, difese valo- rosamente dalle calunnie il cattoli- cismo, la legiltimità, l'innocenra e la memoria di Bonifacio Vili, che il re di Francia Filippo IV di lui fiero nemico, pretendeva che fosse esecrata come un eretico, mentre il re stesso trova vasi presente all'eloquente e zelante difesa. Mossi dal suo esem- pio, difesero Bonifacio Vili anche i celebri cardinali Giovanni Minio da Morrovalle, Guglielmo Longhi e Riccardo Pelroni. Inoltre il cardi-

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Mal Gentile per mezro di sue let- tere fece noto al mondo, aver ter- minato Bonifacio YIII con gran pietà i suoi giorni. Invialo dal Pa- pa in Italia, ebbe ordine di tras- portare in Avignone il denaro esat- to dalla città di Roma, e dalle pro- vincia di Campagna e del Patri- monio di s. Pietro, nel timore che se ne impadronisse Enrico VII che dovea portarsi in Roma a prendere la corona imperiale. Partito il car- dinale d'Avignone per 1' Italia per prendere detto denaro, che valuta- Tasi un milione di fiorini d' oro , indi non credendo egli sicuro que- sto trasporto a motivo delle fazio- ni de' guelfi e ghibellini , e delle guerre tra' genovesi e pisani, che allora desolavano l' Italia , per cui tutte le strade erano infestate di assassini ed armati, lo lasciò come in sicuro deposito nella sagrestia di s. Frediano in Lucca, dove si dice che in breve fosse rapito e involato da Castruccio signore di quella cit- tà, ovvero da Uguccione signore di Pisa, quantunque altri opinano di- versamente. Dopo avere come le- gato apostolico condannata l'empia setta dei fraticelli, vide il fine dei suoi giorni nel i3i2 in Avignone, secondo il Giacconi o, Vitae Pont, et Card., ed il p. Giovanni da Sa- lamanca, nella Biblioteca france- scana tom. II, p. 14. 11 citalo Ba- luzio a p. 582 scrive che il càrdi- naie non potè proseguire il suo viaggio per esseie stato sorpreso in Lucca da grave malattia , che gli tolse la vita in quella città , come rilevasi dalle lettere di Gio- vanni XXII , immediato successore di Clemente V ; e però soggiunge, sona in errore coloro che pensano essere morto in Avignone, mentre le memorale lettere ch'erano nella

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Colberlina, nel codice 829, dimo- strano il contrario, e questa fu la cagione per cui il tesoro rimase in Lucca. II medesimo Baluzio rac- conta che Odoardo I re d'Inghil- terra assegnò al cardinale l'annua pensione di cinquecento lire sterli- ne. Il Novaes Storia de' Pontefici tom. IV, p. 4I5 dice che il tesoro poi lo ritirò da Lucca Raimondo marchese d'Ancona nipote del Pa- pa, il quale venendo sorpreso dai modenesi, fu da questi ucciso ru- bandogli il tesoro, per cui Clemen- te V li scomunicò. 11 Cardella nel- le Memorie storiche de' cardinali tom. II, p. 58 , narra che Gentile morì dopo quattordici anni di car- dinalato , e che trasferito il cada- vere in Asisi fu sepolto nella ba- silica di s. Fi'ancesco, nella cappel- la de' ss. Lodovico e Martino da lui fondata, di cui tratta il p. Bru- schelli a p. i o5 d'issisi città se- rafica. Giuseppe Cohicci nel tom. XXV delle Antid.ità picene , ri- portando la visita triennale del Ci- valli, e parlando a pag. 28 di IVIon- tefìore , dice che quel convento de' francescani eretto nel 1246, fu illustrato da religioso dal Gentile, il quale nella bella contigua chie- sa di s. Francesco e nella cappella di pietra a manca dell'altare mag- giore, ove sono sepolti i di lui ge- nilori, a questi con amor figlia- le eresse un monunienlo, consi- stente in due statue di pietra gia- centi, con questa memoiia : Anno Domini i3 io. Dominus Gentilis de Monte Floriun Cardinalis ord. min. tempore Bonifacii Pili , ti- tuli .V. Martini in Montibus.

GENTILI o GENTILE Y, Genti- liaciim. Luogo di Francia, dipar- timento di Senna, lungi una lega da Parigi, sulla riviera di Bievre,

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Si chiama qualche volta grande Gentilly per distinguerlo dal pic- colo , situato pure sulla Bievie. Questo villaggio fu la residenza dei re di Francia della prima e secon- da stirpe. Pipino vi fece costruire un palazzo di cui piìi non riman- gono che le vestigia , nel quale si tenne una corte plenaria nei 762. Dipoi nell'anno 767, o secondo al- tri nell'anno 796, nel giorno di ÌNatale, vi fu radunato un concilio nazionale sul mistero della ss. Tri- nità, la particola Filioque del sim- bolo, ed il culto delle sacre imma- gini. V intervenne il re Pipino accompagnato dai grandi del regno e dalla maggior parte dei vescovi delle Gallie e delia Germania; due legali della santa Sede inviati dal Pontefice Paolo I , sei patrizi am- basciatori dell' imperatore Costan- tino Copronimo , con molti vesco- vi di Grecia. Questi ultimi agita- rono coi legati la questione sulla processione dello Spinto Santo, se proceda dal Figliuolo come dal Pa- dre; e rimproverarono ai Ialini di aver aggiunto al simbolo di Co- stantinopoli la parola Filioque. Am- mettendosi la presenza nel conci- lio del re Pipino e dei legati di Paolo I, conviene dire che fu ce- lebrato nell'anno 767. Regia tom. XVU ; Labbé tom. VI; Arduino toni. HI, Diz. de concila ; Lenglet, Tavolette cronolog.j e Manzi, Sup- pleni. de'concilii t. J, col. 6^3 e 624 GENTILI Paolo, Cardinale. Paolo Gentili da Lucca fu da Ur- bano IT del 1088 creato cardinale dell'ordine de' preti, conferendogli per titolo la chiesa di s. Sisto. Sottoscrisse al concilio di Guastal- la convocato da Pasquale II, e ven- ne incaricato di diverse legazioni in Oriente.

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GENTILI RIDOLFUCCt Luca, Cardinale. Luca Gentili Kidolfuc- ci di Camerino, da arcidiacono e priore di quella cattedrale, Urbano V nel 1869 lo promosse al vesco- vato di Nocera, quindi da Grego- rio XI fu fatto vicario di Roma, ed il Papa Urbano VI a' 18 set- tembre 1378 lo creò cardinale prete, assegnandogli per titolo la chiesa di s. Sisto. Lo dichiarò le- gato dell' Umbria, dove riconciliò tra loro i cittadini di Todi, fra i quali vertevano gravi e funeste di- scordie. Mori in Perugia nel 1889, e trasferito il cadavere nella cat- tedrale di Camerino, ivi fu sepol- to con breve elogio in versi, po- stovi da Venanzio Ridolfucci nel 1619. Su questo cardinale va let- ta l'erudita nota posta nel tom. II, p. 643 del Guarna^^cci, alla vita del cardinal Antonio Saverio Gen- tili. 11 Novaes celebra il cardinal Luca, illustre per dottrina e san- tità di vita.

GENTILI AxTo>Mo Saverio^ Car- dinale . Antonio Saverio Gentili nacque in Roma a'9 febbraio 1681, da illustri e nobili genitori di Ca- merino. Si dedicò con tal fervore allo studio della giurisprudenza, che neir aprile del 1699 meritò nell'archiginnasio romano le inse- gne di dottore. Per divenire piìi profondo in questa scienza , istituì in propria casa alcune conferenze di dotti giovani, nelle quali si di- sputava intorno alle facoltà legali, e sopra i riti ecclesiastici. Il Can- cellieri a pag. 107 del suo Mer- cato, con l'autorità del Valesio, di- ce che a' 1 3 gennaio 1 703 entrò in prelatura monsignor Gentili, il di cui padre fu cameriere del car- dinal Maidalchini (nipote di d. O- limpia cognata di Innocenzo X),

rlie iltoinarKio alla sua patria Camerino, per buona sorte entrò al servizio del vescovo di quella città tQonsignor Altieri^ il quale essendo fatto cardinale e poi Ponte- fice col nonoe di Clemente X l'ar- ricchì, avendogli anche conceduto il sito, dov'era una piazza, incon- tro a s. Nicola in Arcione, dove fabbricò un bel palazzo. Su questo ho letto altrove che per gratitudi- ne pose Tarme di Clemente X. Ma- rio Guarnacci nelle Vilae Pont, et Cardinnlium t. II, p. 64 1, dice che Antonio nacque da Teresa Durso, e da Nicola Gentili qui fuit secre- (US cubicularius e numero parte- ciyantiuni Clenientis X, parole che possono benissimo convenire agli aiutanti di camera del Pontefice, anzi monsignor Cecconi vescovo di Montai lo nella sua Storia di Pa- lestina, a p. 184 riporta un'anti- ca lapide di Saturninus cubicula- rius, ed a p. 4' 3 soggiunge, cu- biculario è lo stesso che aiutante di camera. In quanto agl'individui che si comprendono nella catego- ria de' cubiculari pontificii , è a vedersi l'articolo Cubicuxaeio. Do- po aver passato lodevolmente alcun tempo nelle minori cariche della curia, fu eletto nel 1 7 1 3 da Cle- mente XI luogotenente dell'uditore della camera , nella quale carica acquistatasi grande riputazione, fu da Benedetto XI li nel 1727 consa- grato arcivescovo di Petra in par- tìbus, e nell'anno seguente dal me- desimo promosso a segretario del- la congregazione del concilio, indi, passati cinque mesi, a segretaiio di quella de'vescovi e regolari, con la provista d'un canonicato nella ba- silica liberiana. Nel medesimo an- no 1728 consagrò la chiesa di s. Nicola in Arcione (della quale par-

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lammo al volume XVI, p. i3o e 1 3 1 del Dizionario ) insieme con tre altari, come rilevasi da una lapide ivi collocata. Nel maggio 1731 Clemente Xll lo fece data- rio, indi a' 24 settembre lo creò cardinale prete, col titolo di s. Ste- fano al monte Celio, ove ebbe la consolazione religiosa di trovare i corpi de' ss. martiri Primo e Feli- ciano, i quali con solenne proces- sione e r intervento del sacro col- legio, e della prelatura romana ri- pose sotto un magnifico altare da lui eretto e consacrato. Clemente Xll inoltre lo confermò nella da- taria col titolo di prodatario, e nel 1738 lo dichiarò prefetto della mentovata congregazione del con- cilio. Intervenne all'elezione di Be- nedetto XIV che nel 1741 Io de- putò visitatore apostolico dell'arci- spedale di s. Spirito, di cui come dell'amministrazione fu benemeren- tissimo, oltre l'edificazione che die- de nelle frequenti visite diurne e notturne che faceva agi' infermi, ministrando loro con indefesso zelo i ss. Sagramenti ne'nove anni che restò visitatore. Dimesso il titolo passò al vescovato suburbicaiio di Palestrina nel 174?? "^ visitò la diocesi, ed esercitò molti atti di be- neficenza coi poveri, e con la cat- tedrale. Appartenne alle congrega- zioni del s. offizio, di propaganda fide, dell'immunità, dei riti e della consulta; e fu protettore de'monaci Olivetani, de'religiosi trinitari, e di qvielli di Betlemme nell' Indie oc- cidentali. Mecenate de'letlerali, la sua casa fu sempre pei- loro aper- ta; dotto e profondamente erudi- to, chiaro divenne nella repubblica letteraria. Il Cancellieri nella loda- ta sua opera, a pag. 228 e seg., nel riportare erudite notizie delia

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celebre accademia degli Infecondi, che fu la ujadie dell'illusile e co- spicua Arcadia, dice che il ctir- dinale n' era il protettole, il qua- le essendo solito sino dai giovanili suoi anni, in tutti i giorni delle so- lennità della Beata Vergine dare nella propria abitazione un di voto ed erudito trattenimento in di lei onore, descrive le decorose e fre- quenti accademie da lui date nel proprio palazzo, con numeroso con- corso di cardinali , prelati, nobili, letterati, e personaggi distinti. Fi- nalmente un colpo apopletico tron- cò la vita di questo esimio cardi- nale a' i3 marzo 1753, in età di scltanladue anni , e fu sepolto in Roma nella chiesa di s. Venanzio de'camerinesi, di cui tenni propo- sito all' articolo Camerino {Fedi). Ivi la sua nipote marchesa Costan- za Glori Sparapani gli eresse una marmorea iscrizione, con distinto elogio.

GENTILUOMO. Uomo nobile, !'?/■ nobilis,palricius. Dicesi ancora gentiluomo a qualunque nobile o di civile condizione addetto ad of- ficio particolare presso la persona di un principe, di un cardinale, di un ambasciatore, d' un vescovo, di un prelato, d'un signore ec. Tra le opinioni sulla derivazione del vocabolo gentiluomo, havvi quella forse la meglio fondata, e prove- niente dal latino gentis honiines, che si pretende avere significato un tempo le persone dedicate al ser- vigio dello stato, com'erano una volta tutti i franchi, donde venne almeno in Francia la prima nobil- tà di estrazione o sia di origine. Il Pasquier crede, che i nomi di gentili, e di scudieri passati nella lingua francese, sieno a quella na- zione rimasti come eredità della

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romana milizia, perchè, die' egli, i principali benefizi, e le migliori j)Oizioni de' terreni che si davano per ricompensa ai veterani o ad altri soldati, distribuiti erano sin- golarmente ai gentili ed agli scu- dieri, come ai più valorosi dell'eser- cito, del che sarebbe assai dilhcile il trovare le prove ne'migliori scrittori latini. Dice lo stesso Pasquier che i galli avendo veduto, durante l'impe" ro romano, i gentili e gli scudieri ottenere tra gli altri soldati le più belle porzioni di terreno sulle lo- ro frontiere, cominciarono a chia- mare col nome di gentiluomini e di scudieri coloro che dai primi le franchi videro provveduti di si- mili benefizi. Può osservarsi che assai antico era in Italia l'addiet- tivo di gentile, e che significava di buona gente, come epitelo convenien- te a chi eia di buona gente, e di nobile schiatta. Gentili, secondo il Boccaccio, nominavansi coloro che la virtù seguitavano, e coloro che pel contrario seguivano i loro vizi, erano non gentili riputati. Quindi antichissimi furono in Italia i vo- caboli di getitiluomOj e di gentil- donna, e forse dall'Italia passarono quei nomi nella lingua francese. All'articolo Famiglie de' cardinali e de" prelati si tratta dei loro gen- tiluomini. Dei gentiluomini de'prin- cipi, ambasciatori, ed altri signori, se ne discorre agli articoli relativi agli uffici che disimpegnano.

GENUFLESSIONE, Genujlexio, geniinrn submissio. La genuflessione o inginocchiazione è l' atto di pie- gare le ginocchia ; è questa una maniera di umiliarsi riverente, o di abbassarsi in presenza di alcuno per onorarlo. In ogni tempo que- sto segno di vuniltà fu in uso, massime durante la preghiera o

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orazione, dnppoichè il Gavanto dice che doppio è il fine della genufles- sione, cioè di adorare e di prega- re. Nella consacrazione e dedica- zione del tempio di Gerusalemme, il re Salomone fece la sua preghie- ra inginocchio, e con le mani al- zale al cielo : in una cerimonia eguale il re Ezechia ed i leviti si misero in ginocchio per lodare ed adorare Iddio. Un ufficiale di Acab- bo s' inginocchiò avanti il profeta Elia. Gesìi Cristo fece la sua pre- ghiera in ginocchio sul monte degli Ulivi. S. Paolo nell'epistola agli e- fesini disse loro ch'egli piegava le ginocchia dinanzi al Padre del JVo- slro Signore Gesù Cristo. Il Ma- cri nella Nolizia de vocaboli eccle- siastici, verbo Genujlexio, dichiara che la genuflessione fu introdotta nella Chiesa per istituto apostolico^ che s. Stefano protomartire orò ge- nuflesso pe'suoi persecutori, e che questo atto significa adorazione, pe- nitenza, ed umiltà, perchè colla ge- nuflessione Vuoisi denotare la cadu- ta del nostro padre Adamo. Laon- de non deve recar meraviglia, che questa maniera di pregare sia sta- ta in uso fino dai primi tempi della Chiesa cristiana. Dunque, co- me osserva il Bergier, fuor di pro- posito gli etiopi od abissini si guar- dano di starsene ginocchioni in tem- po della liturgia, e pretendono di conservare in esso l'uso antico. I russi considerano come un'indecen- za pregare Dio in ginocchio; e gli ebrei fanno tutte le loro preghiere in piedi. Sul cominciare dell'otta- TO secolo fuvvi una setta di ereti- ci detti Agonicliti, i quali sostene- vano essere mia superstizione quel- la di piegare le ginocchia pregan- do, nel qual tempo invoce danza- vano, ma ebbero pochi proseliti.

VOL. XXIX.

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Questo era un manifesto inganno, essendo anzi provato il contrario dalla sacra Scrittura, come dagli addotti esempi e da altri.

Soggiunge il Bergier, che la ge- nuflessione non è essenziale alla pre- ghiera, ma non si deve bia- simarla, ne porsi in ima positura differente per contraddire l'usanza della Chiesa; che in generale i se- gni esterni sono indifferenti in stessi, essendo l'opinione comune e r uso quelli che ne determinano il significato. E siccome noi talvolta facciamo uso per onorare gli uomi- ni, dei medesimi segni di cui ci serviamo per onorare Dio, non ne consegue da ciò che noi tributia- mo loro il medesimo culto che of- friamo a Dio, essendo assai diver- so l'atto che intendiamo di fare. In fatti il meniorato ofhziale di Acabbo che si mise in ginocchio davanti il profeta Elia, non aveva certamente intenzione di tributar- gli un culto divino. Noi pieghiamo le ginocchia davanti le immagini de'santi; le pieghiamo pure innan- zi al sommo Pontefice, ai cardina- li ed ai vescovi talvolta, e pur an- co in qualche circostanza ai princi- pi, e con chiunque per supplicare o implorare perdono. Un religioso o altro individuo riceve in ginocchio le ammonizioni e le correzioni del suo superiore; generalmente i figli do- mandano in ginocchio la benedizione dei loro genitori, per cui è eviden- te che questi segni di rispetto cam- biano di molto il significato, secon- do le circostanze e le persone. Non bisogna imitare, dice il Bergier, l'ostinazione de'quaqueri, i quali si farebbero uno scrupolo di levare il loro cappello dal capo* per salu- tare anche il più distinto personag- gio: però volendo entrare nelle

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chiese de' cattolici, e visitare qual- che principe, anche ecclesiastico, si tanno da altri levare il cappello. Quindi osserva che i protestanti non sono naeno ridicoli quando ci accusano d' idolatria, perchè ci po- niamo in ginocchio avanti ad una imraagine.Sopra la genuflessione può vedersi Agostino Natlian Hubnero, In cxercilntìoìic historico-ecclesia- slica de genii/Iexione, Halae 17 1 1. Filippo Buonarroti nelle sue Osser- vazioni ìstorichc sopra alcuni me- daglioni antichi, parla dei ginocchi toccali dai supplichevoli, e da quel- li che adoravano gli dei, dicendo a p. 262 che gli antichi solevano toccare le ginocchia quando essen- do stati vinti chiedevano mercè ai loro vincitori, come si cava da O- mero e da Plinio, quantunque l'ab- bracciaie i piedi fosse parimenti un gesto de'suppIichevoli,e di onore de- gli inferiori verso i loro maggiori, siccome l'uno e l'altro erano segni di adoiazione come osserva Arno- bio, onde di Paride disse Ovidio: Nunc mihi nil superest , nisi le formosa precari, Ampleclique tuos pattare pedes. E di Creusa disse Virgilio : Ecce auteni complcxa pedes in limine conjux haerebat. Properzio scrisse, Cuni vix tangen- dos praebuil illa pedes, cerimonia conservatasi pure ni tempo di Dan- te, onde parlando dello spirito di Stazio, che voleva onorar Virgilio, disse : Già si chinava ad abbracciar li piedi, il quale atto di umiliazione conviene grandemente ad un vinto. Parlando il Rinaldi delle genufles- sioni solite a farsi nelle pubbliche preghiere, racconta all'anno SgS, num. 100, che s. Porfirio vescovo di Gaza , per la siccità comandò che tutti i fedeli si radunassero in chiesa a celebrarvi le vigilie, i qua-

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li in tutta la notte fecero trenta volte orazione, ed altrettante s'in- ginocchiarono, oltre ai cori ed al- le lezioni, e che portatisi in altra chiesa tre volte orarono, ed altret- tante si posero genuflessi. 11 p. Mamachi, De' costumi de primiti%'i cristiani tom. T, p. 3!^8, coli' auto- rità di Tertulliano, Della corona del soldato, attesta (he gli antichi cristiani il giorno di domenica, e dal di solenne della Pasqua sino alla Pentecoste, non s'inginocchia- vano mai in chiesa, ma ritti e mo- desti porgevano le loro preghiere a Dio, pel seguente motivo tolto dalle questioni agli ortodossi attri- buite a s. Giustino. » Dobbiamo sempre ricordarci e delle nostre cadute ne'peccati, e della misericor- dia del Signore, per cui abbiamo avuto la grazia di risorgere da'me- desimi. Per la quale cosa flettiamo nei sei giorni della settimana le ginocchia, dando così segno di essere noi miseramente caduti; e la domenica, e tutto il tempo pa- squale non le pieghiamo, per de- notare il nostro risorgimento. On- de dai tempi apostolici ha avuto principio questa consuetudine, co- me dice s. Ireneo martire, e ve- scovo di Lione nel suo libro cir- ca la Pasqua, in cui fa menzione della Pentecoste, nella qual solen- nità non s'inginocchiamo ". Pre- tesero alcuni scrittori che il pre- gare in piedi in tal tempo per me- moria della risurrezione di Gesù Cristo, fosse stato comandato dal concilio Niceno: ma nel resto del- l'anno è certo che il popolo ed il clero si mettevano ginocchioni in tempo di una parte del divino oftizio. Stando i fedeli così in piedi o tenevano giunte le mani, o sten- devano le braccia, de'cpiali usi fa

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menzione il medesimo Tertulliano nel suo Apologetico dicendo: » Co- lassi! reggendo i cristiani, mentre stanno con le mani distese, perchè innocenti, e col capo scoperto, perchè non si vergognano, prega- no il loro Creatore ". Ma più ampiamente parla egli di que- sto argomento nel suo celebre li- bro intitolato dell' Or/7Z7one. » Noi non eleviamo solamente le ma- ni, ma le stendiamo ancora , e orando confessiamo Ci'isto ". Non approva però Tertulliano, che al- cuni fedeli, incominciata eh' è l'o- razione, si mettessero a sedere ; poiché stimava un'irriverenza al Si- gnore, se uno non istava inginocchio- ni, o ritto in chiesa, e con modestia, e colle mani moderatamente elevate, e col capo non troppo alzato. Ag- giunge, che con voce soave, e non troppo forte cantavano. Somiglian- ti cose scrivono s. Cipriano, nel suo libro òeW Orazione ^ p. i5r, e Minucio Felice nel suo celebre dialogo intitolato Ottavio a p. 288. Il Baronio osserva, che i santi avevano portato tanto innanzi l'uso della genuflessione, che taluni a- vevano logorato il pavimento nel luogo in cui dimoravano. S. Giro- lamo ed Eusebio narrano di s. Giacomo il Minore, vescovo di Gerusalemme, che i di lui ginoc- chi eransi induriti come quelli di un cammello, altrettanto avvenne ad altri santi e servi di Dio. Si leg- ge nelle Decretali lib. 11, tit. q, cap. 1 De feriis^ che il Papa Ales- sandro III rinnovò l'antico rito della Chiesa di orare in piedi nei* le domeniche, e nel tempo pa- squale; ma oggidì però i fedeli avrebbero quasi a scandalo, se in pubblico anche nelle accennate fe- stività non si genuflettesse.

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Le genuflessioni che il sacerdo- te fa nella messa privata, oltre le ordinarie, sono: i." quando legge l'evangelio di s. Giovanni, alle pa- role : Ft Verbitm caro, ec. -a." Nell'evangelio dell'Epifania, di- cendo; et proci de n te X adoraverunt eiim. 3.° In quello della feria IV dopo la quarta domenica di qua- resima, alle parole : et procidem; adoravii euni. 4-" Nella domenica delle Palme, e nelle messe de Crii- ce, nell'epistola alle parole: In nomine Jesii omne genti flectaturj e nella Passione alle parole: Expira- vìt, o eniisit spiritum. 5.° Quando dirà Flectamus genita, del quale parlammo nei volumi VIII,p. 3o6, e XIV, p. 243 del Dizionario : solo qui noteremo che nella messa del sabbato santo (come notammo al voi. IX, p. 5), e delle quattro tem- pora non si dice Flectamus genita dopo l'ultima orazione in cui si parla de' ti'e fanciulli, per denota- re la forte costanza di essi nel ri- fiutare r adorazione della statua di Nabuccodonosorre; e lo stesso si fa nel venerdì santo, quando si prega prò perfidi.'! judaeis, che in quel giorno beffeggiando Gesù si inginocchiavano dinanzi ad esso. Anticamente non rispondeva il suddiacono Levate, ma lo faceva il diacono stesso dopo qualche spa- zio di tempo impiegato nella ge- nuflessione, ed in un'orazione se- greta, laonde il diacono pronun- ciava l'una, e l'altra parola, co- me distesamente riporta il citato Macri. 6." Genuflette il sacerdo- te quando nella quaresima dice nel tratto il versetto Adjuva nos Deus, e in tutte le messe del-^ lo Spirito Santo, dicendo il ver- setto: Feni Sancte Spiritus. 7.° Quando è esposto il santissimo

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Sagramento, in cui il sacerdo- te genuflette tutte le volte che passa dinanzi al mezzo dell'altare. 8." Genuflette inoltre il sacerdote ogni volta che ciò viene prescritto dai riti. I circostanti poi genuflet- tono sempre nelle messe private, eziandio nel tempo pasquale, tranne quando si legge l'evangelio: nel voi. XXII, p. 227 del Dizionario citammo un'opera che tratta sul- l' alzarsi in piedi alla lettura del- l' iTt'^ ngelio ( P^edì) .

Kella messa solenne il celebran- te genuflette in tutte le dette circostanze della messa privata , fuorché al Flectainus genua, per- chè rappresenta la persona di Cri- sto; al versetto Acìjiiva nos Deus, ed a quello, Veni Sancte Spiritus. Nel giorno della festa della ss. An- nunziata, e nelle tre messe del ss. Natale, quando nel Credo si canta dal coro: Et incarnaliis estj negli altri giorni se siede, china il capo scoperto, e genuflette se si trova in piedi. I ministri sacri sem- pre genuflettono col celebrante , meno il suddiacono che tiene il li- bro del vangelo, e gli accoliti soste- nitori de'candellieri: quando il dia- cono cauta le parole cui si deve ge- nuflettere, il celebrante lo fa verso il libro, gli altri verso l' altare. In coro si genuflette da quelli che non sono prelati (come gli abbati, i protonotari, e quelli che possono usare il rocchetto, ed i canonici quando sono apparati) alla Confes- sione, ed al salmo ludica me Deus. Nelle messe poi delle ferie dell'av- vento, della quaresima, delle quat- tro tempora, delle vigilie in cui si digiuna, e nelle messe de' de- funti tutti genuflettono anche alle orayioni, e paiimenti detto dal ce- lebrante il Sanctus, lino al Pax

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Domini (perchè al dire d' Innocen- zo 111, lib. 6, cap. 4> i' bacio di pace essendo simbolo della risurre- zione deve riceversi in piedi), e alle orazioni dopo la comunione, e sopra il popolo, eccettuate le vigilie di Pa- squa, della Pentecoste, del ss. Na- tale, e le tempora della Pentecoste. E similmente si genuflette da tut- ti quando si alza il ss. Sagra- mento. Il Gavanto risponde quando nei detti casi si debba genuflelte- re con un solo ginocchio, e quando con due. Sulle genuflessioni nella reposizione del ss. Sagramento, se si debbano fare con uno o con due ginocchia, vedi il dotto Dizionario sacro liturgico del eh. Diclich, e sembra che il solo celebrante, e i sacri ministri sulla predella possa- no farle con un solo ginocchio, anziché con due ut faci li us et coni- modìus surgat ; gli altri in pia- na terra le debbono fare con due. Altre erudizioni sulle genuflessio- ni le noteremo coli' autorità del Macri. Nelle ore canoniche si fan- no le genuflessioni con ambedue le ginocchia, pronunciandosi le pa- role: Adoranius^etprocidanius etc. Te ergo quaesunius, famulis tuis subveid etc, A^'e niaris stella etc, Veni Creator Spiritus etc, O crux ave spes unica etc. Tantum ergo Sacramentuni eie , essendo però esposto il ss. Sacramento. Nel ce- rimoninle de' frati minori si pre- scrive la genuflessione nell'inno del ss. Natale alle parole: Nos quoque qui sanc.lo tuo redempli sanguine sunius. Inoltre si deve genuflettere nella vigilia dello stesso ss. Natale pronunciandosi le parole del mar- tirologio: In Béthlehem Judae etc. Dice pure il JMacri che i greci non usano genuflessioni in chiesa , ma profondi inchini, tranne il giorno

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della Pentecoste che genuflettono nell'officio mentre si recita il van- gelo ; e che i certosini rare volte fanno genuflessioni, anche dinanzi al 6S. Sagramento, ma profondi in- chini, tanto nella celebrazione del- la messa, quanto nelle altre fun- zioni. Pompeo Sarnelli nelle Let- tere ecclesiastiche lom. IV, lett. XIII, num. 4^5, dice che all'antifona Adgramus te Christc etc. non si genuflette, come non lo si fa al ca- pitolo In nomine Jcsii onine genn- 'fleciatur, ed al versetto del respou- sorio, Verhuni caro factum est: la ragione è pel tenore del decreto della congregazione de' riti, de' 23 marzo 1602. Cani praeintonantur anliphonae, oinnes ab utroque cho- ri latere surgere dehent, non ob- stanle contraria consuetudine. Ag- giunge, che l'altra ragione per cui alla parola Adoranius non si ge- nuflette, ma sibbene a quella di Procidanins^j è perchè nell' inno angelico alle parole Adoramus te si ta la semplice inchinazioiie del capo, e così nel simbolo alle pa- role, cjui cum Palre, et Filio si- mul adoratur ; ma dicendosi nel vangelo ' dell'Epifania procidenles adoraverunt euni, allora come no- tammo si genuflette. E nell'evan- gelio del cieco nato illuminalo da Cristo, dicendosi procidens adora- ci euvi, si genuflette, così alle pa- role del salmo, et procidamus an- te Deuni, come espressamente no- ta il Bauldry par. 2, cap. 3, num. 2, duni dicuntur haec verba, et procidamus ante Deuni, per deno- tare che queste parole richieggono la genuflessione, non la parola A- doremus, dappoiché essendo quelle parole, Venite adoremus invitatorio, chi invita deve stare in piedi, ne se- gnes videamur duni alios invitanius.

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Il Sarnelli stesso nel tom. VII, lelt. LXII : Se nella venerazione dovuta a santi sia lecita la genu- flessione j dopo aver distinto il cul- to di latria che si deve a Dio so- lo, quello di dulia che si tributa ai santi, e quello d' iperdulia con che si onora la Beata Vergine , e dichiarato il culto esterno, ed il culto interno, de' quali argomenti parlammo agli articoli Adorazione e Culto, conchiude che se l'alto della genuflessione s' intende per protestate l' influita eminenza di Dio sopra tutte le creature, e la totale nostra dipendenza da quel- lo, sarà atto di latriaj ma se con la genuflessione intendiamo rende- re il culto religioso a qualche san- to, per le di lui virtù o gloria, sarà atto di dulia. Così le litanie che chiamiamo de' santi, si dicono in ginocchio, ed invocandosi essi e gli angeli il culto è di dulia; in- vocandosi la ss. Trinità , il culto è di latriaj ed invocandosi Maria Vergine, il culto è d' iperdulia. A- dunque riflette, che il venerare i santi con la genuflessione, le loro immagini e reliquie, non solo è lecito, ma tah'olta è comandalo, giacché il culto che si fa ai santi

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è principalmente rivolto a Dio , celebrandosi con tale atto la divi- na bontà e potenza, che fece lo- ro riportare vittoria del mondo: in fatti al voi. Vllf, pag. 1 58 del Dizionario riportammo la decisione del punto controverso colla quale si prescrisse che tulli, compreso il Pa- pa, passando dinanzi all'altare mag- giore delle basdiche laterauense, va- ticana ed ostiense, debbano gena- fleltere, venerandosi nel prinio i capi de' ss. Pietro e Paolo, nei se- condi i loro corpi divisi. E perchè Maria Madre di Dio ha maggior

22 GEN GEN culto de' santi, dicendosi ^ve ma- dice di aver veduto fare I" istessa ris stella, si deve geiiulletteie, ed cerimonia ai cardinali, mentre sie- altrettanto si deve fare in tutte le dono i.ul trono delle loro chiese antifone della Beata Vergine , che titolari, in tempo di alcune solen- si dicono in fine del divino offizio, nità che ivi celebrano, ed assisto- tranne nelle domeniche dai piimi no; ed eguale genuflessione dice vesperi del sabbato, perchè si fa aver veduto fare ai cardinali riu- commemorazione della Risurrezione, niti, in sede vacante. Delle genu- e perciò anche in lutto il tempo flessioni che in tale tempo si fanno pasquale. Nel voi. XVIII, p. 238, atre ed a quattro cardinali riuniti, 289 e 240 del Dizionario, nel par- ne parlai ai volumi XV, p. 3i 1, lare del culto al ss. legno della e XVI, pag. 290 del Dizionario. Croce, massime di quello che gli Delle genuflessioni poi che nelle si rende con trina adorazione d'am- congregazioni della sede vacante si bo le ginocchia nel venerdì sauto, fanno al sagro collegio , da quelli trattai di alcune erudizieni sulle che ivi si ammettono ad udienza , diverse genuflessioni che ad esso si compresi gli ambasciatori, e i pii- debbono fare; e siccome il regnan- mari ministri della santa Sede, e te Pontefice Gi-egorio XVI ha ri- delle relative spiegazioni, ne parlai stabilito nello stesso gioino l'uso al detto volume XVI, pag. 298, antico dell'esposizione della vera ed in piìi luoghi all'articolo Cow- Croce, ciò che si fa nella cappella clave. Nel volume V, pag. 61 del pontificia Sistina nel momento iucui Dizionario si discorre come il po- il Papa con la processione di tutti polo deve genuflettere incontrando quelli che hanno luogo in cappel- il vescovo per riceverne la bene- la ( i quali prima di partire da dizione, spiegando a pag. 68 sul questa fauno alla ci'oce, che si è suono delle campane nel passaggio adorata e collocata suH' altare, la de' vescovi per le città e campa- genuflessione con un solo ginocchio, gne. Delle genuflessioni che si fan- senza farla al Papa in passare in- no al sommo Pontefice in cappel- nanzi di lui ), sono a levare il se- la pontificia, all'udienza, iiel rice- polcro in quella chiamata Paolina, vere l'apostolica benedizione, e nel laonde ritornando nell'altra non baciargli i piedi, vanno letti gii fanno veruna genuflessione alla ve- articoli Cappelle Pontificie, Udien- ra Croce che trovano esposta sul- za de' Papi, Benedizione del Som- lallare, rimossa quella adorata, mo Pontefice, e Bacio de' piedi. perchè verso il termine della px'o- Si possono anche consultare, Poli- cessione si porta il ss. Sacramento doro Virgilio, De rerum invenlori- del sepolcro dal Papa, o in sua bus lib. IV, e. XV; M. Ant. Maz- vece dal cardinale celebrante. zaroni, De tribus coronis Pont. Ront. Dal Caerein. episcop. lib. I, cap. necnon de osculo ss. e/us pedani, li, si ha, che il vescovo nella sua Romae 1609, et 1788; Michele diocesi, mentre siede nel trono, gli Angelo Carmeli, Sopra l'uso di si fa la genuflessione con un gi- baciare i piedi al Papa, nelle sue nocchio da tutto il clero, passan- Dissert. filologiche, Roma 1768; dogli davanti, ma ne sono esenti i Martino Kempio , De osculis pe- cauònici della cattedrale. Il Macn dani Roin. Pont., e Matteo Zimer-

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jiiaiino, in Montibus pitlalis pag. 373.

Quando ii Papa benedice in cap- pella pontificia, lutti debbono ge- imllettere, menu i cardinali, però se i vescovi ed abbati sono vestiti co' sagi'i paramenti, allora restano in piedi: nella medesima cappella i vescovi che sono avanti al Papa devono stare col capo scoperto , così i cardinali primo prete, e i due primi diaconi quando sono al trono. 11 patriarca, arcivescovo, o vescovo assistente al soglio nel sor- reggere al Pontefice il libro , sta genuflesso o in piedi, secondo il maggior comodo che fa al Papa nei leggere. Perchè il cardinale primo prete incensa genuflesso il Papa sedente in trono, lo si dice al volume Vili, pag. 24^ ^ ^49- Quando sull'altare è esposto il ss. Sacramento, o vi è senz'essere es- posto, non si genuflette al Ponte- fice, anche se si passa dinanzi a lui. Non essendovi le sagre specie sagramentali, entrando od uscendo dalla cappella o chiesa ov' è il Pontefice, con un ginocchio si ge- nuflette alla croce dell'altare, e con una girata si fa altrettanto col Pa- pa. Nelle cappelle pontificie clie hanno luogo fuori del palazzo a- poì.tolico, se il trono papale è di- rimpetto all'altare, nell'accesso o re- cesso non si fa genuflessione gira- ta, ma prima si fa all'altare, e poi distinta al Pontefice. Nella pro- cessione del Corpus Domini quelli che v'intervengono per rispetto al ss. Sagramento che precedono ed accompagnano , non debbono in- chinare il cardinale primo diacono, ed i prelati governatore, e mag- gioidomo che sono presso la porta di bronzo all' ingresso della galle- ria che dal colonnato conduce alla

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scala regia da dove discende la processione, e defila innanzi a del- ti personaggi, al modo che dicem- mo al volume IX, pag. 53 del Di- zionario, altrettanto si deve prati- care con monsignor vice -gerente che attende il passaggio del clero fuori del colonnato a destra, come dissi a pag. 56 del citato luogo. Dappoiché è noto che coloro che fanno parte d'una processione ove si porti la ss. Eucaristia, se pas- sano avanti ad un altare ove la medesima sia chiusa nel ciborio , o innanzi ad un altare ove si ce- lebra la messa e sieno state già consagrate le specie sagramentali , ed anche nel punto della eleva- zione d'ambedue, non si deve ge- nuflettere. Delle genuflessioni nel- le sagre funzioni che celebra , od assiste il Papa, se ne tratta ai rispettivi articoli, così di ogni al- tro genere di genuflessioni , come nei somministrare l'acqua alle ma- ni, e porgere il pannolino per a- sciugarle. P'. Lavanda delle ma- ni. Messa, e per le altre genufles- sioni quegli articoli appartenenti al- le rubriche generali.

GEN UFLESSORIO o INGINOC- CHIATORO, Sgabellum ad genua subniittenda formatum , sgabellum genuale, sgabellum flectendis, vel ponendis genibus nalum, come lo dichiara V Onomasticum romanum di Felice Felici gesuita, dicendolo sgabello per uso d'inginocchiarsi. L'inginocchia toro o inginocchiatoio, nel Dizionario della lingua italia- na si definisce, arnese di legno per uso d'inginocchiarvisi. L'inginoc- chiatoro ordinariamente è di legno di noce, naturale, o dipinto, ov- vero coperto di drappo , con due cuscini, uno posto ove si piegano le ginocchia, l'allro ove si riposano

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i gomiti. Pei cardinali, prelati, ed altri personaggi si pone l' inginoc- chiatoro sopra un tappeto, o altro drappo; ma alla presenza dei Pa- pa non è loro permesso, e soltan- to i cardinali nel venerare col Pon- tefice le reliquie maggiori nella ba- silica vaticana, le sagre teste nella basilica lateranense , e nell' inter- vento in alcune chiese per tridui , novene , benedizioni , e nella cap- pella Paolina quando si ripone o rimove il sepolcro, o nell'esposizio- ne delle quarant'ore, siccome luo- ghi ove non sono gli stalli cardina- lizi, ricevono nei banchi coperti con panni loro assegnati dai pro- pri decani il cuscino per slare ge- nuflessi: questo cuscino è di pan- no rosso o paonazzo secondo i tem- pi, guarnito di trina di seta dello stesso colore, della quale sono pure i quattro fiocchi degli angoli. Nei mentovati luoghi i soli prelati mag- giordomo , e maestro di camera hanno l'uso d'un piccolo e nudo sgabello per cadauno, hi cappella pontificia, e nelle basiliche o chie- se, ove il Pontefice si reca a ce- lebrare od assistere alle sagre fun- zioni, per inginocchiatoro adopera un ainese in forma di Faldistorio (Vecll)^ per cui viene comunemen- te, sebbene impropriamente, chia- mato faldistorio. Questo inginoc- chiatoro o genufiessorio è di le- gno tornilo ed intagliato, con orna- ti eleganti, ed il tutto dorato: ha quattro piedi ed altrettanti corri- spondenti assi incrociati, formato a forbice, onde potersi ripiegare per il suo trasporto, terminati gli assi con teste di angeli, o con palle. Nella parte supcriore evvi fissato un solido strato di velluto rosso con trinette d'oro, sul quale si pone un gran cuscino pel riposo delle brac-

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eia. Avanti all' inginocchiatoro si colloca un basso e piccolo sgabel- lo foderato di seta, con cuscino so- pra, sul quale il Papa sta genu- flesso. Tanto il cuscino grande quan- to il piccolo sono foderali di da- masco o ganzo d'argento e d'oro , con fondo bianco, rosso, o paonaz- zo secondo i tempi, e sono decorati di trine e fiocchi d'oro, o di fioc- chi di seta ed oro : il cuscino gran- de però è ordinariamente ricamato in oro. Nel mattutino del giovedì santo, e per tutto il giorno del venerdì santo i cuscini sono fode- rati di semplice seta paonazza. Do- vendo il Papa nella mattina di det- to giorno recarsi a piedi nudi a fare le triplici genuflessioni per l'a- dorazione della croce senza cuscino, Pio Vili, essendo a ciò impotente, usò il detto piccolo sgabello col cuscino paonazzo. Quando e dove si usa dal Papa tale inginocchia- toro, lo si dice all' articolo Cap- pelle Pontificie. Lo collocano al sito cioè innanzi 1' altare, ove il Papa vi si pone genuflesso, due chierici della cappella pontificia, a' quali spetta pure rimoverlo, e portarlo presso la credenza posta a cornu epistolae. Stando il Pon- tefice genuflesso sull' inginocchiato- ro, stanno accanto a lui inginoc- chioni il prefetto delle cerimonie pontificie a sinistra, ed il secondo cerimoniere a destra : spetta al pri- mo ivi levare e riporre al Pa- pa il berrettino, e somministrar- gli alle occorrenze il fazzoletto.

Nel voi. IX, p. 47 e 48 del Di- zionario, parlammo di que' Ponte- fici che nella solenne processione del Corpus Domini, portarono il ss. Sagraraento genuflessi sull'ingi- nocchiatoio, stabilito sulla macchi- na chiamata talamo. Nel prendere

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il Pontefice possesso della basilica lateranense, giunto nel portico si pone in ginocchio sopra cuscino di velluto rosso, guarnito d'oro, so- vrapposto a ricco e nobile strato O tappeto, ambedue ivi preparati dalla floreria del sagro palazzo. Al- lora il Papa essendosi levato il cappello, si scuopre pure del ber- rettino bianco, prima usando piii comunemente il camauro rosso, e bacia divotamente la croce d'ar- gento che gli presenta il cardinale arciprete della basilica, mentre i cantori di essa cantano il mottet- to : Ecce sacerdos magnus. Nella relazione del possesso preso da In- nocenzo X nel 1644 si legge; " et ingressus porticum (il Papa), amo- to pileo , et bireto , genuflexus super pulvino, desuper tapele ac- comoda a floreriis , crucem sibi oblatam a card. Columna praedi- ctae bas. archipresbytero , quam accepit a quadam pelvi argentea ei praesentalam a suo vicario, re- verenter osculatus est. Assurgens cardinalis IMedices biretum (ante crucis osculum una cum pileo a- motum a capite Sanctitalis Suae a cardinalis Ant. Barberino) capiti suo restituit, et Sanctitatis, suble- vantibus firabrias faidae anteriores camerariis assistentibus, posteriores vero caudatario, suis pedibus ac- cessit ad thronum prò Sanclitatis Suae praeparatum sub eadem por- licu ". I due cardinali assistenti ei-ano i primi diaconi : del genu- flessorio Se ne paria pure all' arti- colo Falda (Fedi). Allorché il Papa si reca nelle basiliche o chie- se di Roma a visitarle, la Flore- ria apostolica (Fedi), pei suoi mi- nistri, ricuopre il genuflessorio di legno degli altari ove si venera il ss. Sacramento esposto o chiuso

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nel cijjorio , con grande lap[)eto di velluto in seta cremisi, ornato di frangia e trina d'oro, con due cuscini foderati di egual drappo, ed anch' essi ornali di trine e fioc- chi d'oro, facendo il simile cogli altri genullessorii degli altari che deve o vuole visitare il Pontefice. Quando questi passa semplicemen- te innanzi all'altare ove è riposta la ss. Eucaristia , od avanti alle confessioni degli altari papali delle basiliche laleranense, vaticana, ed ostiense, il cuscino su di cui genu- flette glielo presenta il foriere mag- giore, al quale lo somministra un ministro di detta floreria : in man- canza del furiere, supplisce il flo- ride. Nel volume ^ 111, pag. 273 e 3 16, si dice come il Papa oran- do avanti le reliquie maggiori deU la basilica vaticana, e per la loro ostensione, stando sul genuflessorio gli viene somministiato dal vicario della basilica la tabella delle ora- zioni, sostenendo un canonico la bugia con candela accesa. I genu^ flessori i poi che si pongono pei vesptri pontificali, e per le messe pontificali avanti l' altare del ss. Sacramento solennemente esposto, allorquando il Papa ii celebra o vi assiste si ricoprono con tappe- to bianco o rosso cremisi, secondo i tempi, essendo del medesimo co- lore i due cuscini. Del prezioso genuflessorio fatto a forma di fal- distorio, e donato a Pio VII, ne facemmo memoria al voi. XXIII, pag. 16 del Dizionario. La pia e regnante regina di Francia Maria Amalia, in seguo di particolare ve- nerazione verso il Papa che regna, gli donò un genuflessorio nobilissi- mo, di prezioso legno lavorato con bellissimi ornati di disegno gotico, reso più gaio con decurazioui di

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metallo dorato, e ciò eh e più ri- levante con ricchi drappi ricamati dalle sue regie mani con isquisito gusto, e collocati ove si piegano le ginocchia, ed ove si riposano le braccia, nel luogo cioè ove si pon- gono i cuscini di cui ne fanno le veci. V. Genuflessione.

GENZANO o GENZIANO, Gen- tianutn. Città della diocesi subur- bicaria di Albano , sede di go- verno del distretto e Comarca di Roma, abitata da circa cinquemila individui . Luogo ameno e deli- zioso con puro clima, posto in pia- no sopra elevato colle, fornito di decenti fabbricati : non ha mura caitellane, porte, ed un borgo costituisce il suo ingresso. Però Gemano vecchio ebbe mura ca- stellane, e torri di opera saracine- sca da quelle parti da cui poteva essere attaccata, cioè da aquilone, ponente, e mezzodì ; mentre dalla parte orientale era invincibilmente difesa dall'altissima rupe a picco del cratere del lago JVemorese. Molti avanzi di tali mura, ed alcune tor- ri sono tuttora in piedi. La porta principale di Geuzano, prima che si edificasse il palazzo baronale, a capo agli stradoni era nel luogo del portone del palazzo Cesarini, come lo addimostra il p. Eschi- nardi nella sua Carla topografica del territorio di Frascati e sue vi- cinanze, data alla luce nell'an- no i685, da ciò ebbe origine il diritto antichissimo di passare per l'odierno portone, per gli abi- tanti di Gemano vecchio. Innol- trandosi fino alla pubblica piazza si presentano quattro strade lar- ghe e diritte, senza quella che uno ha percorso per giungervi e che sta alle spalle. Queste sono le prin- cipah delia città, almeno di quel-

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la pai'te che chiamasi Gemano nuovo, a differenza dell'altra che dicesi Genzano vecchio, che ad uso degli antichi castelli è mal fabbri- cato con strade tortuose ed angu- ste. La prima di dette quattro strade, incominciando a contare da sinistra a destra, guida al convento de'cappuccini, ed è perciò chiama- ta via de' Cappuccini, restandone terminata la visuale colla facciata di loro chiesa; la seconda viene detta via Sforza ; la terza viene denominata via Livia , che guida al COSI detto duomo vecchio , la cui facciata chiude all'occhio la via; V ultima è la via delta Corriera perchè porta a Napoli. La posta in addietro passava per Marino, e la Paiola, ma nel 1780 essendo fatta la nuova magnifica strada di Albano e di Genzano, fu a questi due luoghi trasferita. Da ultimo per ordine del regnante Pontefice Gregorio XVI, con provvidenza uti- lissima ai viandanti non irieno che agli abitanti di Genzano e dintor- ni, è stata costruita una nuova e bella strada che dal piazzale di Galloro conduce al piano dell'ol- mata di Genzano, mediante gran- dioso ponte sostenuto da sei solidi archi : ne fu direttore dell'esecu- zione il cav. Cartolini ingegnere in capo, cui si deve pur lode per averla ideata.

La città di Genzano è altresì uno de'piìi comodi e piacevoli luo- ghi vicini a Roma per villeggiare, a cagione delle sue comode e deli- ziose passeggiate ; massime di quel- le delle tre lunghe vie laterali, decorate con due lunghe fila di grandiosi e sempre verdeggianti alberi disposti simmetricamente, e tagliati con uniformità, ed uniti in modo, the recano sorpresa in guar-

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darli per la i^tupeudu prospettiva, onde SODO rinomati cotanto. Gli stra- doni olmati partono da un punto centrico, e divergendo, quello a do slra è la strada corriera che gui- da alla città, quello di mezzo il più lungo e piano conduce al pa- lazzo Cesarinì, e l'altro a manca porta al convento de'cappuccini ; l'al- tro stradone che dalla città porta pure ai cappuccini inters-jcando lo stradone di mezzo, è quello di cui abbiamo parlato di sopra. Questi magnifici stradoni, divisi iu quatf tro viali, che formano la delizia e meraviglia de'forestieri, Furono in- cominciati dal duca Giuliano del- la nobilissima famiglia Cesarini si- gnora di Genzano, circa l'anno 1643, alla quale epoca ebbe prin- cipio la quadruplice piantagione de- gli olmi da cui sono formati: il più lungo di questi stradoni non oltrepassa tre quarti di miglio, e la famiglia Sforza Cesarini ne cu- ra a sue spese la manutenzione, for- mando essi uno de'più belli orna- menti di Genzano. A capo degli stradoni eravi allora la porta del castello sumorientovata: e l'antico pa- lazzo baronale, secondo la tradizio- ne de' vecchi del luogo, è il palaz- zo detto di Moda, fabbricato sulle mura castellane, confinante con la chiesa di s. Maria della Cima, e con un antico torrione guardante a mezzodì la marina. Non corri- spondendo poi il vecchio palazzo ba- ronale alla magnificenza degli stra- doni, il duca Giuliano ne fabbri- cò uno nuovo con maestosa e su- perba facciata ricca di marmi, on- de formasse un vago ed imponen- te prospetto al viale di mezzo: ad esso pure si deve l' intiera fabbri- ca della villa baronale.

Non ha guari l'odierno rispetlabi-

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le e Culto duca d. Lorenzo Sforza-!- Cesarinijsiccome amante del soggior- no di Genzano, in considerazione della degna duchessa sua sposa d. Carolina Shirley, della cui nobiltà parlammo all'articolo Conli (Fe- di), ad uno dei lodati viali di olmi, che principia avanti il di lui pa- lazzo, ha dato il nome di Carolina, ciò che fu sanzionato dal pubbli- co consiglio della città , per dar prova allencomiato duca di partico- lare affezione. Inoltre questo duca ha mobiliato il palazzo con decoro e gu- sto, e lo ha abbellito con un contiguo giardino piantato alla foggia inglese sulla vicina pendenza del lago di Nemi, per essere inglese la duches- sa : il giardino lo ha piantato so- pra alcuni terreni da lui acquistali appositamente a lato dello stra- done di mezzo , e sulle coste del lago. Altro pregio di Genzano è la gran quantità di acque sorgenti di cui abbonda, di eccellente quali- tà. Le antiche voglionsi derivate da Nemi, ma divenute scarse in pro- cesso di tempo, il duca Giuliano Cesa- rini giuniore, ottenne dai Savelli una porzione dell'acqua che scaturisce nel teriitorio della Riccia al sito detto Quarto Galloro nel i65o. Di poi i cappuccini ottennero dai Co- lonna il ritorno dell'acqua che sor- ge nella Faiola nel 1721, conce- dendo il duca Gaetano Sfoi/a le vecchie forme per imboccarla : que- sta è l'acqua stessa che gitlava dal- l' antica fontana in strada Livia , poi trasportata nella vicina piazza delle carceri. 1 medesimi cappuc- cini colla protezione di Alessandro VII rivendicarono dai Frangq)ane signori di Nemi, l' acqua che per gli antichi ac(|uedotti da quel feu- do veniva a Genzano. Si eressero quindi due fonti di marmo iu stra-

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da Livia, ed un'ullia pi li glande vicino alla chiesa di s. Selmstiaao .di prospetto a detta via , ed in quest'ullima fu posta 1' arme della comunità, e quelle de' Papi sotto tle' quali si fece la coiulultiira. Le altre due hanno corrispondenti iscri- zioni e stemmi. In quanto alle chiese e conventi, il duca Filippo, idlimo dei Cesarinij nel 1677 edi- licò la vaga e comoda chiesuola di s. Sebastiano, unita al conser- vatorio delle maestre pie, le quali curano l'educazione delle fanciulle. Le maestre pie in principio non ebbeio sede (issa, ma nel i 784 il cardinal vescovo Carafìa le stabilì ove sono. L'antica chiesa parroc- chiale, o duomo vecchio, dedicata alla Beata Vergine sotto il titolo di s. /Ilaria delta Cima, forse per- chè prima l'immagine sidla cima d'un albero in quel sito si veneras- se , ovvero per essere questo la ci- ma del monte Genzano, fu rifab- bricata dopo il i636, ed abbellita dal duca Giuliano, avente per qua- dro l'altare maggiore la Beata Ver- gine col Bambino, sopia un grup- po di nubi e di angioletti, con ai piedi il principe degli apostoli in atto di contemplarne la gloria, pit- tura del cav. Cozza. La pia e be- nefica duchessa Livia vi collocò nel i6f)6 i corpi delle sante mar- tiri \ inceuza e Tigri, rinvenuti nel i68() nel cimiterio di s. Elena inter duos lauros, che i genzanesi elessero a loro protettrici, oltre l'a- vere per patrono s. Tommaso di Villanova sino dal i658 circa.

La vasta e principale chiesa de- dicata alla ss. Trinità, decorata del titolo di collegiata, con capitolo di canonici e dignità d'arciprete, fu edificata nei primi anni del corren- te secolo, eoa diseguo dell'archilel-

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to Giulio Camporesi; è della for- ma di quella di s. Andrea della Valle di Roma, se si eccettui la cu- pola alla quale altra se n'è sosti- tuita in forma di catino. La fac- ciala esterna è ornata di due ordi- ni di colonne ai lati dell' ingres- so^ quattro grandi che servono di basamento, e quattro sopra più piccole che sostengono la cimasa. Sopra la porta vi è lo stemma del- la comune, rappresentato da una colonna con una mezza luna sopra; vuoisi che la colonna derivi dagli antichi Colonnesi signori dj Gen- zano, e la mezza luna dalla falsa tradizione, che ivi fosse venerata Diana chiamata anche Cinzia don- de il castello fu detto Cynthia- iiuni; qui inoltre noteremo, che il medesimo stemma che adorna la mentovata fonte, ha nella colonna scolpite all' intorno varie viti cari- che di grappoli d' uva, per indica- re il principale prodotto di Genza- no. L'interno della chiesa ha tre navi, essendo la maggiore quella di mezzo per vastità , oltre la nave traversa che a questo interno la forma di croce. Sono rimarche- voli le cappelle della Beata Vergi- ne, e del ss. Crocefisso; abbiamo le Conslituliones capilulares eccltsiae Cynthiane, llomae i833. Da que- sto tempio nelle ore pomeridiane del giorno dell' ottava della festa del Corpus Domini parte la solen- ne processione che il concorso ri- chiama di tutti i paesi convicini e di molli romani e forestieri, per la singolarità della tanto nota in- forata, celebrata da diversi poeti. Questa infiorata consiste nel cuo- prire le vie per ove passa la pro- cessione, ed in breve tempo, di verzure e di ogni specie di vaghis- simi fiori, con graziosi e variati

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disegni , che producono un clTelto meraviglioso. La sua origine si de- ve alla famiglia Lcofreddi genza- nese, la quale nei primi anni del pontificato di Pio VI cominciò or- nare la strada con piccoli strati di fiori simmetricamente disposti avanti l'abitazione dei fratelli d. Arcangelo e Nicola Leofreddi po- sta alla metà della \ia Sforza , addosso alla quale essi avevano e- retto anche un altare decentemen- te ornato, ove si fermava la pro- cessione del ss. Sagramento. Suc- cessivamente questo ornamento di fiori nelle strade lungo il passag- gio della divota pompa, crebbe gradatamente per l'emulazione re- ligiosa delle altre fimiglie genza- nesi proprietarie delle case avanti le quali percorre la processione, ed a tal segno , che ormai è di- venuta per così dire una festa eu- ropea stante la sua celebrità, che attrae numerosi ammiratori del gusto ed industria dei genzanesi neir adornare i piani delle strade con lavori di fiori d'ogni colore, vagamente disposti a disegno, tut- ti variati con figure, rabeschi ed ornati j e ciò che riesce pi ili sor- prendente, ciò fanno con somma celerità e facilità , ricoprendo la via con questi naturali tappeti ed arazzi estemporanei. Gli agostinia- ni della congregazione di Genova ebbero dal comune in dono l'an- tico ospedale dell'Annunziata, nel cui sito i religiosi eressero il pro- prio convento nel 1612, assumen- do l'obbligo delle pubbliche scuo- le: la contigna chiesa, che ha sem- pre ritenuta la stessa invocazione della ss. Annunziata, fu di nuovo edificata l'anno 1786. I cappucci- ni che prima stanziavano in Nemi, ebbero in Genzano il primo con-

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vento sino dal iGSy per benefi- cenza del comune ; ma essendo es- so in sito svantaggioso, il duca Giu- liano Cesarini, edificò a proprie spese la chiesa e convento ove tut- tora sono, ed a' 1 7 maggio 1 643 il cardinal Alessandro Cesarini con- sacrò la chiesa in onore di s. Fran- cesco di Assisi.

I miglioiaraenti e l' ingrandi- mento di Genzano si deve ai du- chi Cesarini e Sforza. Le lunghe e sanguinose guerre intestine tra i baroni romani, e i principi d'I- talia impedirono che quei signori ch'ebbero il dominio di Genzano potessero applicarsi a migliorare questo loro feudo, pregevole an- cora pel suo fertile territorio, pel suo clima salubre, e per la van- taggiosa esposizione. Altro ostacolo all'ingrandimento di Genzano nei suoi primi secoli fu il quasi conti- nuo cambiar padrone, essendoché interrottamente dominato dai mo- naci, dagli Orsini, dai Savelli, dal- la camera apostolica , dai Colon- nesi, dai Borgia, dagli Esloutevil- le e dai Massimi, laonde alla sola industria degli abitanti sotto tali signori, Genzano ripete l'accresci- mento. Venuto appena nel i564 in potere di Giuliano Cesarini si- gnore romano fornito di rarissimi talenti, e di una magnificenza più che ordinaria, il castello respirò dalle passate turbolenze, e potè ri- sarcirsi dai danni sofferti per le nemiche incursioni de' vicini, e dei vantaggi perduti per l' indolenza di quelli che lo avevano domina- to. Fu primo pensiero di Giuliano di riformare, e ridurre in miglio- re e più regolato sistema il pub- blico statuto , che fece pubblicare nell'agosto i565. Gio. Giorgio suo figlio che lo succedette , fece vari

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ncqnisti in terreni con idea d'i ri- durli a delizia; ed il duca Giulia- no figlio di questi ingrand'» il pa- lazzo baronale. II duca Gio. Gior- gio H si distinse piìi de' suoi ante- nati in migliorare ed abbellire il fendo coi niemoiati stradoni, con riedificare il palazzo , b chiesa e convento de' cappuccini, ed ornare la chiesa parrocchiale. Il di lui fratello Filippo eresse la chiesina di s. Sebastiano : sotto questi ulti- mi due duchi cominciò Genzano a notabilmente estendersi fuori del suo antico murato, ed ebbe prin- cipio quello, ch'ora dicesi Genzano ììHOi'o. Il merito di ridurre questo a quella simmetria e bellezza in cui oggi si vede, tanto per la ben in- tesa costruzione delle fabbriche, che per l'ampiezza delle sue strade, si deve alla duchessa d. Livia Cesa- rini erede di tutta la nobilissima famiglia, ed al duca Federico Sfor- za di lei marito. Sul declinare del secolo XVII e nel 1674 la duches- sa ordinò l'apertura di nuova ma- gnifica strada, che dalia chiesa par- rocchiale direttamente conducesse all'altra di s. Sebastiano, conceden- do i siti lungo la medesima a chiun- que bramava erigervi nuove abi- tazioni. Questa contrada che prese e ritiene il nome di Livia, si ornò di fabbriche regolari , e talmente divenne pnpolos;i , che verso il 1707 fu d'uopo aprire la contigua strada Sforza dal cognome del du- ca Francesco. Le due grandiose strade furono aperte con disegno di Giovanni Jacobini in allora po- destà di Genzano e geometra, figlio di Cristoforo cavalleggero pontifi- cio, autore della famiglia Jacobini in Genzano. Sotto i duchi susse- guenti Genzano si andò sempre più dilatando ver.so il piano, onde

GEN formossi la nobile contrada detta della Po.sta.

Delle testimonianze poi di alcu- ni più celebri autori sopra Genza- no, e de' quali poi parleremo, il Batti ne tratta al cap. XI della sua Storia di Genzano, mentre nel cap. X discorre de' genzanesi illu- .stri, e principalmente di Venanzio Sirny generale de' vallombrosani , vescovo di Salamina in partihus; di Tommaso Scipioni dotto avvo- cato ed autore di una Prassi cri- minale , che il Bassani con com- menti pubblicò nel 177^; e di Gio. Battista Jacobini fatto vescovo di Veioli da Clemente XIII. A' no- stri giorni Pio VII fece vescovo di Bagnorea monsignor Gio. Battista Jacobini. Il medesimo Ratti disse che la famiglia Jacobini è origina- ria della diocesi di Parma, che si stabifi a Genzano verso il i632,e che si diiamò in otto e piìi fami- glie; a pag. 4^ poi palla delle principali famiglie di Genzano, al- cune delle quali ora estinte. Dei principali prodotti di Genzano, egli ne parla al cap. IX, massime del vino che forma per la sua eccel- lenza la maggiore ricchezza del pae- se, per cui un breve saggio del metodo col quale i genzanesi col- tivano le viti, e del modo che ten- gono nella lavorazione del vino. Siccome Genzano è capoluogo di governo , co.sì oltre l' appodiato di Ardea, comprende nella sua giu- risdizione le comuni di Nenii e di Civita-Lavinia, luoghi celebri nella storia degli antichi romani, il per- chè premetteremo un cenno alle compendiate notizie che poi ripor- teremo di Genzano.

Ardea o Ardia, Ardua, nella diocesi di Albano. Oltre quanto dici-inmo sui pregi civili ed eccle-

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siaslici di Ardea al suo articolo, <|ual marchesato della famiglia Sfor- 7a , aggiugneremo queste nozioni. Di questa metropoli dei rufnli si fa risalire l'origine i4oo anni avanti la nostra era, da una colonia argiva , mentre la sua etimologia secondo le diverse opinioni , in un ai suoi fasti si legge nel tom. I , p. 2i5 e seg. deW'yinalisi de' din- torni di Roma del Nibby. La fer- tilità del territorio e la situazione marittima ne fecero un popolo in- dustrioso, ricco e potente a segno di spedir colonie perfino nella Spa- gna, dove è fama che uniti ai za- cinti fondarono la famosa Sagun- to, oggi Murviedro, espugnata da Annibale cartaginese, e pretesto piut- tosto della seconda guerra punica. Alla venula nel Lazio del troiano Enea, questi coi latini sostenne ac- canita guerra contro Turno re dei rutuli che vi peri ucciso da Enea. I primi re di Pioma non dierono inquietezze agli ardeati, ma l'ulti- mo di essiTarqiiinio il Superbo alla città pose r assedio ; mentre questo facevasi dai romani ebbe luoijo il nefando delitto di Sesto figlio del re, che abusando della onestà di Lucrezia, produsse la di lei memo- rabile morte, e la rivoluzione che cangiò di tirannico in repubblicano il governo di Roma, che per sem- pre discacciò dal suo territorio Tar- quinio e tutta la sua famiglia : così fu tolto r assedio di Ardea , e segnato un trattato di tregua vantaggioso a Roma. E sebbene presero parte nella guerra latina in favore dei Tarquini , gli ar- deati dopo queir epoca non appa- riscono in guerra coi romani, anzi in tale amicizia vennero con essi, sino a chiamarli arbitri ne' contra- sti con gli aricini. Cadde poi Ar-

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dea, sebbene centro di civiltà, nel- le discordie intestine , che il con- sole Geganio sopì nell'anno 3 i 3 di Roma, indi vi ih esiliato il prode M. Furio Camillo, che liberò non solo gli ardeati dai galli, ma que- sti distrusse liberando Roma dal loro giogo. Ardea fu una delle co- lonie, che nella seconda guerra pu- nica si dichiarò impotente di dare que' soccorsi eh' esigevano i roma- ni , i quali più tardi l'esigettero. Siccome piazza forte vi mandaro- no Minio Cerrinio Campano in luogo di carcere ; ma seguendo il partito di Siila contro Mario sog- giacque a fiere depredazioni e de- vastazioni che cagionarono poi l'in- salubrità del clima, ed influirono alla sua decadenza; onde Adriano rinforzò questa colonia, e venne ad un nuovo cangiamento, finché nel secondo secolo dell'era volsrare di- venne deserta. L'abbandono del vi- cino Lavinio ora Palrica, potè do- po il secolo V della medesima era ricondurre una qualche popolazio- ne in Ardea.

Sul declinare del secolo XI era Ardea un castello con rocca e tor- re , appartenendo la metà al mo- nistero di san Paolo, quindi nel I i3o era passata in sua intera pro- prietà con nome di città. Nella me- tà del secolo XIII Ardea fu occu- pata da Nicolò monaco di s. Pao- lo, ma Clemente IV la ricuperò al monistero. Dipoi l'antipapa Cle- mente VII la donò a Giordano Or- sini, mentre il Pontefice Urbano VI contemporaneamente la vendeva per tredicimila fiorini d'oro a Ja- covello Orsini , dal figlio del qua- le col rimborso di diecimila fioii- ni d'oro fu restituita Ardea al mo- nistero di s. Paolo. Nel i4o5 In- nocenzo VII la riunì alla camera

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apostolico, quindi venne in potere tli RainioiKlo Orsini, a cui la tolse Martino V che la die al suo pa- rente Giovanni Andrea Colonna, per cui divenne feudo de' Colon- nesi , però temporaneamente con- fiscato da Alessandro Yl in favore di Roderico Borgia d'Aragona du- ca di Bisello. Nella guerra contro Paolo IV del duca d' Alba fu oc- cupata dalle sue genti, e nel i564 passò in proprietà dei Cesariui. Nel secolo XllI vi fu eretta la chie- sa dedicata a s. Pietro, nel decli- nare del precedente fu fabbricata quella di santa Marina vergine, la cui porta è un monumento inte- ressante per la stoiia dell'arte : di queste chiese il Piazza nella sua Gerarchia cardinalizia, come del- le notizie diArdea, ne tratta a p. 3 19 e seg., parlando della diocesi d'Albano, così discorre delle chie- se di s. Maria detta di Pescarella patronato della famiglia Massimi , di quella di s. Lorenzo e di quel- la di s. Antonio abbate fabbricata da Giuseppe Buccimazza negli ul- timi anni del secolo XVII. L'at- tuale terra di Ardea occupa sol- tanto il sito della cittadella antica; la porta per la quale si entra è opera de' Colonnesi del declinare del secolo XV, come pure il con- tiguo palazzo baronale. Il lodato Ratti parla d'Ardea alle p. 473 4^ e 106; il Theuli a p. 46 del suo Teatro islorico; il Ricchi a p. 2 34, lib. I, cap. XLVI, Ardea o Ardia , clnamata ancor Troia colonia la- lina XF I, ove dice pure delle sue notizie ecclesiastiche. Lo stesso Ric- chi nel Teatro degli nomini illu- stri de' volsci chiama Ardea fon- datrice della reggia dell' istesso no- me , ed a p. So, oltre i pregi di Ardea, discorre de' soggetti illustri

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(Iella medesima, fra' quali oltre il Papa Leone V , da noi detto al- l' articolo Ardea, dice probabilmen- te comprendersi anche Marco Fu- rio Camillo.

Nenii, Nemiu, comune della dio- cesi di Albano. Il suo nome deri- va dal famoso Nenins o bosco sa- cro di Diana, foltissimo, in mezzo al quale era il suo tempio nel cratere del lago, coronato da uu ciglio continuato de' monti. Dalla Tauride vuoisi derivasse il culto di Diana Nemorense, ed il simu- lacro finsero i poeti essere quello stesso custodito già da Ifigenia so- rella di Oreste, ed avanti al qua- le questi uccise Toante re della Tauride. Sacerdote di questo tem- pio, in vigore d' un costume bar- barico scitico , era quello che di propria mano aveva ucciso il pre- decessore, cioè vm fuggiasco eh' e- sponeva la propria vita per dive- nirlo, e che sempre trepidava che gli fosse resa la pariglia, per cui procedeva sempre armato di spa- da sguainata, dovendo vigilare al- le insidie che gli si tendevano. So- leva essere anche uno schiavo il ministro di questa dea, e l'elezio- ne facevasi mediante un singolare combattimento di due schiavi, ve- nendo dichiarato sacerdote quello che uccideva il competitore. 11 bosco ebbe pure il nome di Ege- ria come la fonte, da una ninfa locale (Ovidio cantò la favolosa tradizione che la ninfa Egeria fu sposata da Numa, e dopo la mor- te di quel re ritiratasi inconsolabi- le nel bosco aricino fu da Diana cangiata in una fonte), fonte che si vede ancora abbondante, peren- ne e limpida sgorgare sotto il vil- laggio odierno, il quale anuicchia- lo sopra il ripiano d'una rupe al-

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lissima tagliala a picco, è suoce- dillo al tempio, il c(iiale ebbe denni- livo-lermine nel 3qr, allorqiiiiiido furono pi'oibili i rili de'pagaiii. Ces- sato il cullo di Diana, il bosco sacro cosliliù la massa Ncnius, la quale nel secolo IX apparteneva alla ba- silica di s. Gio. Battista di Alba- no, e per tradizione dicesi asse- gnata sino da Costantino , quan- do ancora esisteva il culto della dea. Questa terra rimase massa , cioè una proprietà costituita di molti fondi uniti, fino al secolo IX, e per la sua posizione fortissima e se- gregata, nel seguente fu occupata dai conti Tusculani, di cui parlam- mo air articolo Frascati [redi), i quali vi formarono un Casirum n terra fortificata, che nel 1090 il conte Agapito assegnò in dote al- la figlia data in matrimonio ad Oddone Frangipane, e così i Fran- gipani divennero signori di Nemi. Circa il II 53 il Papa Anastasio IV concesse Nemi ai monaci ci- stcrciensi di s. Anastasio ad aquas Sah'ias, ciò che confermò nel i i83 Lucio III. Il Cecconi nella Storia di Palestrina a p. 272, dice che Bonifacio Vili fece assediare il ca- stello di Kemi difeso da Stefano Colonna ; veime preso per fame, e fu concesso ad Orso Orsini. Più tardi nel iSyS l'antipapa Clemen- te VII in premio de' servigi rice- vuti da Giordano Orsini signore di Marino, gli concedette questo castello insieme con altri, forman- do un'enfiteusi fino a terza gene- razione. Da un istromento del i38g riportato dall' Armanni nel Raccon- to della famìglia Capizucchi, si rileva che ad essa i terrazzani di Nemi portarono fedeltà e vassal- laggio.

La fortezza ed il castello di

VCL, XXIX.

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Nemi fu invaso da Tebaldo de- gli Annibaldi signore della Moia- ra, ma poscia il suo figlio Giovan- ni lo resti tu\ all'abbate di s. Ana- stasio nel 141^3 onde l'abbate lo die in affitto a Giordano Colonna per cincjuanta o settanta fiorini d'oro, alla qual famiglia i monaci con beneplacito apostolico lo ven- derono nel 14^8 con Genzano, e col casale di Montagnano per (|uin- diciraila fiorini del valore di ba- iocchi 47 l'uno. Nel i479 ^emi con Genzano furono acquistati pei- dodicimila ducati dal cardinale di Estouteville, che nel 1480 donò ambedue i luoghi ad Agostino e Girolamo figli di Girolaina Tosti; e dopo tornarono ai Colonnesi. Però nel 14B2 Nemi, Ardea, ed altri luoghi furono confiscati da Sisto IV, e donali ai velletrani, come si legge nel Borgia, Storia, di Velletri p. 38o: questi inoltre parla de' suoi confini con Velletri regolati dal cardinal di Roano, delle posteriori dilFerenze sui me- desimi sedate nel i5o5, enei i546 dal governatore di Mariltnna e Campagna. Nella famosa divisioiìe de' feudi fatta d' Alessandro VI nel i5oi tra i figli di Lucrezia Bor- gia, ed inserita dal Ratti a pag. i55 della Storia di Genzano, con altri documenti riguardanti Nemi, fu assegnalo dal Papa a Roderico. Dopo la morie di Alessandro VI il castello tornò ai Colonna, ma Ascanio nel i55o Io vendè a Giu- liano Cesarini. Il quale nel i55g lo rivendette ai Colonnesi, che nel i56o io venderono a Silverio de Silveriis Piccolomini ; quindi nel 1 566 venne in potere di France- sco Cenci, che ne! 1572 lo vendè a Muzio Frangipani, il cui figlio Mario morendo in R.oma l' aono 3

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1654, cliiamò alla successione i Frangipani di Cioazia, e poi quel- li del Friuli. Dal marcliese Anti- gono Fiangipaui fu alienato Nomi nel 1781, pel prezzo di scudi no- vantaquattromila settecento dodici, in favore di d. Luigi Braschi di Cesena, il cui zio Pio VI nel 1786 eresse il feudo in ducato pel ni- pote d. Luigi, il quale restaurò il palazzo baronale, e lo abbellì con eccellenti pitture rappresentanti la antica storia del bosco Aricino; e togliendo molte selve inutili, fece piantare molte migliaia di piante d'olivo. Il di lui figlio duca d. Pio nel i835' vendette Nemi, con patto redimendi, al principe Giulio Cesare Piospigliosi, e poscia in fat- ti Io riacquistò, onde attualmente n'è tornato al duca d. Pio Bi'a- schi il possesso.

La situazione di questa ter- ra è pittoresca, come magnifica n è la veduta che ivi si gode del cratere e del lago sottoposto, che somiglia ad uno specchio va- stissimo. 11 palazzo baronale accre- sciuto da Mario Frangipane ultimo del ramo di Roma, ha l'aspetto di un antico castello feudale, ed in un alla torre rotonda è opera dei Colonna. Nel tempo che A- £canio Colonna era signore di Ne- mi, accolse in questo territorio i cappuccini, i quali furono destinati ad abitare un sito svantaggioso poco distante dalla casa dei pe- scatori, a lato della strada che da Nemi passa a Genzano, laonde nel 1687 passarono in Genzano al mo- do che dicemmo di sopia. Allora il nominato duca IMario Frangipa- ni, a cui Nemi deve lutto quello che ha di moderno degno di con- .siderazione, per consolare i suoi vassalli di tale perdita, fabbricò

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dai fondamenti in un sito comodo un nuovo convento pei frali mi- nori osservanti con chiesa annessa dedicata a Dio in onore della Beata Vergine Maria detta di Ver- sacarro , G nel 164^ vi furono in- trodotti i minori osservanti. L'im- magine della Madonna che ivi si venera sedente col divin Figlio, ed ai lati i ss. Pietro e Paolo, il po- polo di Nemi l'avea collocala nel- la chiesa de' cappuccini, i quali a- vendola portata in Genzano al- lorché partirono, ad istanza del comune di Nemi, Urbano Vili processionalmente la fece restitui- re, e riposta nella chiesa parroc- chiale, fu poi tiasferita in quella degli osservanti. Dopo alcuni an- ni essendo slata riposta nell'altare maggiore una divolissima imma- gine di legno del ss. Crocefisso, lavorata da fr. Vincenzo da Bas- siano nei soli giorni di venerdì, ne' quali macerando il proprio cor- po con pane ed acqua, e con aspre discipline , fervorosamente prega- va Gesù Cristo che il suo lavo- ro riuscisse a benefizio de' fedeli, laonde è costante tradizione che trovasse il volto perfettamente com- pilo da mano invisibile. F'u espo- sto alla pubblica venerazione nel 1669, e subito per le grazie ricevu- te da chi ne implorò il patrocinio, divenne in gran divozione. 1 late- rali a fresco sono di fr. Felice da N&poli che li dipinse nel 1675; nel primo espresse Gesù avanti Caifas» so, nell'altro quando porta la croce. Sulla volta colori la ss. Trinità, con la \'eigine coronata dal Figliuolo con vaga corona di fiori. Due altri suoi dipinti sono in questa chiesa ai due altari de' ss. Francesco, Pasquale e Chiara, e di s. Anto- nio di Padova. Lo stesso duca

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ISIario rifabbricò la chiesa parroc- chiale di s. Maria de pitCeo, dedi- candola a Dio in onore della Con- cezione della ss. Vergine, la di cui immagine fece porre nell'altare maggiore, lavorato a marmi anti- chi con due vaghe colonne. Si crede che la denominazione de pu- tto sia derivata da una apparizio- ne che fece la Madre di Dio ad alcune donzelle, eh' eransi portate ad attingere l'acqua ad un pozzo situato dentro della chiesa vecchia. Il p. Casimiro da Roma, nelle Memorie istoriche delle chiese e de' cotwenti de' frati minori della provincia romana, non solo al cap, XV tratta della chiesa e conven- to di s. Maria di Versacarro e delle sue reliquie, ma ancora e eoa la nota erudizione delle notizie di Nemi, delle antichità ivi trovate, e del suo lago, non che della no- bilissima famiglia Frangipane. Im- portanti notizie di JVemi ci e- gualmente il Piazza nella Gerar- chia cardinalizia da lui pubblica- ta nel lyoS, SI profane che sacre, e del suo lago ed amenità del luo- go, coriie ancora delle chiese di s. Maria del Pozzo, di s. Maria del P\.appello fondata dalla famiglia Gismondi, di s. Nicolò sulle spon- de del lago, e dell'oratorio o ro- mitorio di s. Michele. Inoltre in Nemi vi è un ospedale per gì' in- fermi e pellegrini ben dotato, ed amministrato dal sodalizio del ss. Sagramento.

Il lago di Nemi , piìi comune- inente detto daglj antichi Nenio- rense, è come quello di Albano il prodotto di un vulcano estinto, di che fan prova le materie che lo circondano : il perimetro è di circa cinque miglia; ed il livello è supe- riore a quello di Albano ossia

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Castel Gandolfo [Vedi], sebbene nella siccità del i683 il lago di Ne- mi si abbassò notabilmente meno di quello di Albano. Al lago vi si può discendere per varie strade, e fu anche chiamalo Specchio di Diana, perchè il tempio come l'o- dierno paese si specchiava nel lago. Secondo le osservazioni di Schou, nella sua lettera al Brocchi inse- rita nel quaderno di giugno 1818 della Biblioteca italiana, il lago di Nemi è sopra il livello del mare mille e trentasei piedi parigini; la profondità del lago alcuni la fan- no ascendere a circa settecento cin- quanta palmi. Avvi un emissario che sbocca nella valle dell' Ariccia con copioso volume d'acqua, che fa agire un molino da grano. Al- cuni dicono che le acque del lago Albano col giro di quattro miglia si uniscono al lago di Nemi, altri che le acque di questo invece si immettono nel lago Albano. Cele- bre è la pretesa nave, come la chiama il Nibby, da altri detta di Tiberio, da altri di Traiano, esi- stente sotto acqua, della quale par- lano il Biondo nella Roma risi. p. iio; Leon Battista Alberti nel Tratt. dell' archit. 1. V, e. 12; e più particolarmente Francesco Marchi bolognese, celebre architetto ed in- gegnere militare del secolo XVI, il quale vi calò nel i535, e ne fa un'esatta descrizione nel lib. II, cap. 82 della sua opera intorno l'archi- tettura militare illusti'ata dal mar- chese Lui£ri IMariiii. Gio. Girolamo nella Lezione accademica ec. intor- no l'origine de' due laghi Albano e Nemorense, nel Giornale de'lel- terati, riporta la descrizione della barca antica che trovasi affondata nel lago di Nemi, tratta dall'ope- ra di IMarchi. 11 Marchi si servi

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neir impresa di Guglielmo di Lo- rena valente meccanico, che inven- tò un istromento per andar sotto acqua. Prima 1' avea tentata di- verse volte il cardinal Prospero Colonna a mezzo dei nominato Alberti, come racconta il Ratti a pag. 79 e seg. Narra il JVibby, neìì'/lnatisi da' dintorni di Roma, tom. II, p. 396, che nuove ricer- che su tal proposito si fecero ai giorni nostri ( da Annesio Fusconi nel 1827 con una macchina fatta da lui costruire, ossia campana di immersione, e col permesso del si- gnore del lago, allora il duca d. Pio Braschi, ripetendo l'esperienze del Marchi), alle quali essendo sta- to egli presente ed avendo attenta- mente esaminato quanto venne e- stratto, ed udito da coloro che vi erano calati ciò che aveano vedu- to^ gli sembrò potersi opinare, che la pretesa nave altro non sia che la inteìaratura de'fondamenti di un fabbricato; che i travi di questa inteìaratura sono di larice e di a- bete ; che i chiodi che li univano insieme sono di metallo, e di va- rie dimensioni; che il pavimento, o almeno lo strato inferiore di es- so era formato di grandissimi te- goloni posti sopra una specie di graticole di ferro sopra le quali avvi il marchio Caisar in lettere di forma assai antica; e queste gra- ticole, come pure i tegoloni, alcu- ni travi , ed i chiodi possono ve- dersi nella biblioteca vaticana. Quin- di soggiunge, che il marchio Caisar sembra spiegar l'uso di questa fab- brica, imperciocché racconta Sve- tonio nella vita di Cesare e. XLVIj che quel dittatore » Villam in » Nemorensi a fundamentis inchoa- » tam, magnoque sumptu absolu- " tam, quia non tota ad animum

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» ei responderat, totam diruisse " quamquam leuuem adhuc, et » obaeratum ". Cominciò pertan- to Giulio Cesare una villa magni- fica e sontuosa nel Nemorense , e la distrusse dopo averla quasi fini- ta, perchè non corrispondeva intie- ramente alle sue idee, e questa villa era stata fatta con grande spe- sa, magnoque siiniptii. Riflette dun- que il JNibby che il marchio Cai- sar è appunto quello di Cesare, perchè è solo, isolato, non accom- pagnato dal prenome Ti. cioè Ti- berius, o dal cognome Trajanus; e peiciò crede che la pretesa bar- ca altro non sia che il fondamen- to di questa villa medesima fatto dentro il lago, onde dar luogo al fabbricato superiore, e questo es- sendo stato distrutto da Cesare stesso, il fondamento sott'acqua ri- mase, come pure sott'acqua si tro- vano avanzi sconvolti della fabbri- ca demolita, 11 punto scelto per questa villa era opportuno, essendo collocata dirimpetto al tempio del- la dea in riva al lago.

Il canonico Emanuele Lucidi nelle Dlcmorie istoriche dell' anli- chissinio municipio dell' Ariccia, e delle sue colonie Geiiznno e IVemi, Roma 1796 per i Lazzarini, a p. 74 e seg. parla del lago Aricino, ora di Nemi, dedicato a Diana; del suo circondario, e differenza di li- vello da quello di Castel Gandolfb; del suo emissario: delle due gran- di navi pensili fatte gettare nel mezzo del lago dall'imperatore Ti- berio, sulle quali per delizia e con spese immense edificò un palazzo con giardino pensile, forse per go- dervi con maggior diletto la nau- machia o combattimenti navali ; delle sue produzioni vulcaniche, pro- ducendo anguille, tinche, bajbi , e

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sopraltulto lattarini di delicato sa- pore, ed il Ratti aggiunge roviglio- ni, scardafe^ anticoli ed altri; dice inoltre che questo lago era d'ogni intorno anticamente coperto di fab- bricati, specialmente verso il mez- zogiorno, e che wt Commentari di Pio II ci vengono descritte le de- lizie di questo luogo. Quindi a p. 3i2 e seg. il Lucidi ci la sto- ria dell' origine di Nemi, e dei di- versi suoi signori , dicendo che fu chiamato Nemorc, Neme, Nevio e JVcmus Arìcìnuin, Il Fea nell'opu- scolo intitolato Varietà di notizie economi co -fisiche antiquarie sopra Castel Gandolfo, Albano, Ariccia, Nemi, loro laghi ed emissari, Ro- ma 1820 pel Bourliè, a pag. 5 e seg. parla di Nemi e suo Iago, ed a pag. 26 e seg. ci la relazio- ne architettonica dell'emissario del lago di Nemi. Delle antichità rin- venute in Nemi, e delle sue noti- zie ne trattano pure il p. Kircher nel suo Latium ; il Volpi nel Ve- tiis Latium tom. VII; il R^icchi , nella Reggia de' volsci lib. I^ cap. XXXIII, Nemi; e Pio II, che vi si portò a visitarlo, ne'suoi Commen- tari lib. II, p. 565, ed altri scritto- ri. Nel 1742 Ristampata in Vel- letri la Descrizione del boschetto del marchese Frangipane nel suo feudo di Nemi , di Gio. Battista Parisotti. Nel lySy furono rinve- nute delle antichità , anche nella valle detta Noceto, ove esisteva una chiesuola sacra a s. Andrea a- postolo. 11 Cancellieri nella sua Let- tera al dottor Korejf, parla eru- ditamente di Nemi come della no- bile famiglia Frangipani, della qua- le riporta molte notizie in diverse sue opere. Su di essa può vedersi Benedetto Pucci, Genealogia dei Frangipani romani, discesa dall' an-

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tichìssima e nobilissima famiglia Anicia de' Leoni, Venezia 1622 pel Barezzi. Il Nerini, De tempio et coenobio ss. Bonifacii et Alexii ec. molte notizie riporta de'Fran- gipani. Francesco Zazzera scrisse delle Famiglie ec. e Frangipani nel suo trattato della Nobiltà d'Italia. Oltre Pio II INemi fu onorato dalla presenza di diversi Pontefici. Alessandro VII vi si recò nel mese di maggio i656, e fu ricevuto dal cardinal Antonio Barberini, che il duca Mario Frangipane avea isti- tuito erede confidenziale: visitò la chiesa parrocchiale, e fu trattato a lauto pranzo nel palazzo baronale, con altri cardinali e principi che lo seguivano. Clemente XI vi si portò tre volte, cioè a' 26 giugno I 7 I I , a' 2 I giugno I 7 I 2 , e ai iH ottobre 17 15: la prima volta visitò la chiesa parrocchiale, ed in tutte e Ile quella del ss. Crocefis- so de' minori osservanti. Dalla vil- leggiatura di Castel Gandolfo, co- me aveano fatto i precedenti. Be- nedetto XIV recossi a Nemi a' 20 ottobre 1741 coll'accompagnamea- to di pili di cento persone, e vi giunse ad ore ventidue. Visitò la chiesa del ss. Crocefisso, e nel con- vento fu servito di sontuoso rinfre- sco dal marchese Pompeo Frangi- pani, nel modo che il di lui fra- tello Mario senatore di Roma, avea praticato verso Clemente XI ; indi il Papa si portò a piedi alla chie- sa parrocchiale, e poscia fece ritor- no a Castel Gandolfo, ove giunse a mezz'ora di notte, servito dalle torcie per la strada , nella quale trovò squadronati i soldati corsi, passando per la macchia della Pa- iola. Nel 1763 Clemente XIII, gio- vedì 6 ottobre , dopo avere udito la messa in Castel Gandolfo , coi

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cardinali Cavalchini , e Piezzonico suo nipote, e cogli altri nipoti e corteggio si portò in Nemi. JNelia chiesa de' francescani adorò il ss. Sagramenlo , poi venerò l' imma- gine del ss. Crocefisso, quindi pas- sò nel convento, ammise al bacio del piede tutti i religiosi , a' quali fece distribuire abbondante limosi- na, in un all'arciprete ed altre per- sone. Finalmente si condusse ad osservare il palazzo ed il boschet- to Frangipane. Pio VI dopo che il nipote d. Luigi acquistò il fèudo, in occasione che si portava nellaprile e maggio a Terracina pel prosciu- gamento delle Paludi Pontine, più Tolte nel ritornare a Pvoma onorò di sua presenza Nemi; e leggo nei Diari di Roma, che Pio Vi vi fu giovedì 8 giugno del 1788, in cui il duca Braschi imbandì alla corte una nobile refezione; e che vi ri- tornò lunedi i4 maggio 1787, ri- cevuto dai nipoti cardinali Romual- do, e duca d. Luigi, che imban- dirono alla famiglia pontificia allra refezione. Anche il successore Pio VII onorò ìVemi di sua presenza, e visitò la chiesa de' minori osser- vanti, portandovisi dalla villeggia- tura di Castel Gandolfo. Da que- sta il regnante Pontefice Gregorio XVI si recò a Nerai agli 1 1 otto- bre i832, ricevuto tra lo sparo dei mortari, il suono delle campane e il gaudio degli abitanti. Visitò k chiesa principale, ove ricevè la be- nedizione del ss. Sagramento, ed in sagrestia ammise al bacio del pie- de l'arciprete, la municipalità ed altre persone. Passò poi alla chie- sa de' francescani à venerare quel ss. Crocefisso miracoloso; quindi sotto il trono ammise al bacio del piede la religiosa comunità, nel re- fettorio prese una piccola refezione,

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e recandosi ad osservare il delizioso lago, partì da Nemi.

Civita-LaK'iiiia, Laninnum, comu- ne della diocesi di Albano. Questa terra corona l'ultimo scaglione, o controfForte della lacina sud-est che discende dal ciglio, o cratere del lago JNemorense , ed occupa una parte dell'antica città latina di La- nuviura 5 la quale per analogia si pronunzia in varie lapidi antiche de' tempi imperiali, perchè così in- dicata, col nome di Laiiivium, co- me ne' fasti tiionfali capitolini si legge Lm'ineis in luogo di Lamivi- neis allanno ^\5 ^'i Pioma. Quindi ne' tempi della decadenza fu detta Civitas Lanivina, e nel medio evo Cii'itas Lavina, Civitas Lahinia, e per corruzione Civita Nevina , Ci- vita Innlvina, come ne' tempi mo- derni Civita Laviiria, nome col qua- le oggi si conosce , e cagione del- l'equivoco preso da molti , ed an- che contemporanei scrittori, che la confusero colla città di Lavinia fondala da Enea in un luogo ben diverso da questa, situato verso il mare, corrispondente con la moder- na borgata di Pratica. Ne prova la posizione di Lanuvio ove è al pre- sente Civita Lavinia, il Ndjby nel tom. II, pag. i68 e seg. Analisi de dintorni di Roma; e le rovine de' molteplici avanzi di antichità, ed i monumenti esistenti non la- sciano luogo ad alcun dubbio. La- nuvium fu fondata da Diomede trasportato su questi lidi dai flutti, dopo la distruzione di Troia; ed il culto di Giunone Sospita o Salva- trice, che ivi osservavasi, ed il cui tempio era nell'acropoli lanuvina, e vari usi furono pei romani una dimostrazione positiva di questo fat- to narrato da Appiano e da altri, mentre è noto che tutta l'autichir

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riconobbe aver Diomede gira- to attorno alla penisola italica. La deitèi di Giunone nel tempio rappresentavasi ricoperta il capo e le spalle d'una pelle caprina, con lo scudo nella sinislra, la lancia con asta nella destra , i calzari con i calcei a doppia sola aperta. A pie- di avea un serpe, immagine di quel- lo che riputavasi essere nascosto nella caverna situata a canto del tempioj ed al quale con strano ri- to alcune donzelle vergini doveva- tio recare ogni anno in cibo una focaccia. Questo tempio fu pur det- to di Giunone Argolide , presso il quale eravi un folto bosco sacro, con grande caverna, tana del dra- gone , che di buon grado riceveva le focaccie se le donzelle erano ver- gini. Questa fu una delle tante dia- boliche imposture de' pagani. Am- messo che Lanuvio sia fondato da Diomede, secondo le tavole di Petit Radei questo fatto può stabilirsi circa l'anno i23o avanti l'era vol- gare, o secondo le tavole comuni circa l'anno 1282. Per la prima volta dopo la fondazione della ter- ra i lanuvini compariscono nella storia circa 700 anni dopo. In que- sto lungo intervallo osserva il Nib- by che forse per la posizione sua nell'ultimo limite del territorio la- tino e volsco, Lanuvio restasse in- dipendente, e come Ardea fosse un distretto particolare, il quale seppe conservare la sua importanza col mantenere da questa parte la bi- lancia fra' due popoli limitrofi. I latini specialmente , considerando che poteva servire loro di punta entro l'agro volsco, da paralizzare r importanza di Corioli e di Veli- tra, accarezzarono talmente i la- nuvini , che questi finalmente en- trarono nella lega loro, allorché la

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potenza romana andava estenden- do le sue conquiste. E come fede- rati latini presero le armi per ri- mettere i Tarquini sul trono, ed insieme cogli altri furono rotti nel- la battaglia al lago Piegillo. Con- chiusa dopo queir avvenimento la pace coi romani , mantennero la loro indipendenza , conservando a quelli la convenuta concordia. Però alle insinuazioni dei volsci nemici permanenti di Roma , i lanuvini presero con essi le armi contro i romani l'anno 3'j5. L'esito fu pei volsci infelice, e probabilmente in- dusse i lanuvini ad un accomoda- mento, finché nel 4 '7, come parte della lega Ialina imironsi ai confe- derati, per scuotere la supremazia de' romani , e furono gli ultimi a deporre le armi , per la rotta sof- ferta sul fiume Astura.

Nella pace i romani trattarono con riguardi i lanuvini, gli accor- darono la cittadinanza romana, re- sero nazionali le loro feste ed i ri- ti sacri, a condizione che il tem- pio ed il luco di Giunone Sospita o Lanuvina fosse comune ai due popoli. Cosi Lanuvio colle proprie leggi municipali pacificamente si resse, e solo dipendente fu da Ro- ma nel partecipare ai pesi pubbli- ci, come partecipe era degli onori della metropoli. L'anno 543 nella mossa di Annibale contro Roma fu invitata a preparare vettovaglie, ed a presidiare la città. Dipoi Mario sapendo che Lanuvio era uno dei luoghi che servivano di granaio a Roma, se ne impadronì per sor- presa, quindi soggiacque a gravi disastri, e caduta in debolezza gran- de fu da Cesare colonizzala, es- sendo allora cinta di mura. Poco prima Cicerone l'avca qualificata, nel fine dell'orazione a favore di

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Murena lanuvino, come municipio onestissimo, e come municipio si rei^geva prima della colonizzazione colle pi-oprie sue leggi, e creava il suo magistrato supremo annuale col nome di dittatore, olHcio di che era rivestito Milone, altro la- nuvino difeso pur da Cicerone. Nel tempio lanuvino si conservavano tesori, ma furono tolti da Otta- viano, nella guerra contro Mar- cantonio ; quindi nella divisione che Ottaviano fece delle terre, as- segnò una parte dell'agro lanuvino ai veterani, ed un'altra alle vergi- ni vestali ; divisione che fu poscia abrogata da Adriano, il quale re- stituì ai coloni le terj-e : Svetonio dice che Augusto frequentava per suo diporto Lanuvio. Ad onta del- la vicende la città per la sua ele- vata situazione, e pel tempio di Giunone sempre si sostenne; creb- be però in isplendore dopo che An- tonino Pio vi avea avuto i natali l'anno 86 dell'era volgare, e po- scia pervenne all' imperio per l'a- dozione di Adriano. Quell' otlimo augusto, il suo figlio adottivo Mar- co Aurelio, e l'indegno successore CommodOj nato anch'egli presso que- sta città, ne amarono particolar- mente il soggiorno, e vi ebbero una magnifica villa, la quale nel secolo passato die alla luce vari monumenti insigni, come il busto di Elio Cesare , quello di Ennio Vero, quello di Commodo giova- netto, la statua conosciuta sotto il nome di Zenone , il gruppo di A more e Psiche , ce. che si am- mirano nel museo Capitolino. Coni- modo vi ebbe il nome di Ercole Piomano, e forse vi costrusse l'an- fiteatro ed il teatro. La caduta del paganesimo portò un colpo licro a Lanuvio, poiché chiuso il

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tempio di Giunone, ch'era uno de' santuari principali del Lazio, dispeisi i sacerdoti, cessale le feste, terminò ancora il concorso, e per conseguenza la sorgente principale delle sue ricchezze. Quindi fu suc- cessivamente rovinata dalle scorrerie de' barbari, da quelle de' greci e de' goti nel VI secolo, da quelle de' saraceni ne' secoli IX e X, e da quelle de' tiranni che sorsero da tutte le parti ne' secoli seguen- ti, che facendosi vicendevolmente la guerra, devastavano le possessio- ni usurpate. Lanuvio sembra es- sere stata abbandonata nel V se- colo, e restò deserta sino al XIII, non esistendo monumenti in con- trario.

Dalle antiche fabbriche superstiti di opera saracinesca, si deduce che questa terra tornasse a risorgere nel secolo XIII, e che gli abitanti si annidassero sugli avanzi delle antiche fabbriche, che coronavano il colle meridionale della città an- tica. Il Piatti nella Storia di Geii- zaiio, pag. 4? G 4*^5 narra che que- sta terra nel secolo XIII era del monistero e monaci dell'abbazia di 8. Lorenzo fuori delle mura di Ro- ma, e siccome Onorio 111 Savelli del 12 i6 molto fece per quel mo- nistero, restaurò ed abbellì la con- tigua patriarcale basilica , quindi crede il Nibby che a lui si debba il ripopolamento di Lanuvio, come pure il nome attuale, opinione che egli avvalora pel riflesso delle pre- tensioni eh' ebbero su questa ter- ra i Savelli nel secolo XIV, i qua- li sotto la condotta di Cristoforo la occuparono nel iSyS, come si legge nelle Uleniorie storiche suc- citate del p. Casimiro a p. igS. Prima di questo tempo e da un atto riportato dui JN'crini, De lem-

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pio et coenohio pag. 5^6, dell'anno i358, si trova la terra chiamata col nome odierno , ricordandosi Cencio Palgiciae de civitatc La- biniaej e nel i 36o in un altro do- cumento riferito pure dal Nerini , si l'icorda il lenimentuni cmtatis Lahiniae. Nel declinare di questo secolo , Eonifacio IX conservando sempre il diritto del monistero di s. Lorenzo fuori delle mura, lo concesse a Cecco Durabile del rio- ne di Trastevere in vicariato ad beneplaciluni. Giovanni XXII [ con bolla del if\io a favore di Gio- vanni e Nicolò Colonna, l' investi del Castrum civitalis Laviniae , ricordando sempre il dominio di- retto del monistero, come si legge nella bolla riportata dal Piatti a pag. 124, dalla quale pur si ap- prende che il dominio della terra apparteneva in commenda ai car- dinali Giordano Orsini, e Oddone Colonna che fu poi Martino V. I Colonna la ritennero tranquilla- mente sino al 1436, quando fu presa per Eugenio IV dal patriar- ca Vitelleschi generale di s. Chie- sa. Nella guerra sotto il pontificato di Sisto IV, Civita Laviuia fu as- sediata nel 1482, e presa da Al- fonso duca di Calabria il primo di agosto, che tre giorni dopo pre- se anche la rocca; ma dopo la partenza del duca fu occupata dalle genti del Papa, quindi nel i485 da Innocenzo Vili data agli Or- sini. I Colonnesi si piesentarono poco dopo sotto la terra , la pre- sero con grave strage de' loro av- versari, e ritennero sino a' 19 feb- braio i486, allorché con altra fie- ra strage, dopo molta fatica, venne espugnata dalle milizie pontificie, alle quali si rese a discrezione. Da quell'epoca in poi comuni furono

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le vicende di Civita Lavinia , a quelle di Genzano ed Ardea. Ri- masta la terra ai Colonna, fu <jue- sta venduta da Marc' Antonio a Giuliano Cesarini nel i564, i quali ancora la ritengono, e vi hanno il palazzo baronale. Il Ratti, Della famiglia Sforma pnite II, pag. 262 e 263, nel riportare questo acqui- sto, dice che Gio. Giorgio figlio di Giuliano istituì pel primo una per- petua primogenitura nella famiglia, a favore dell'unico suo figlio Giu- liano II, avuto da d. Cleria Faj-- nese dama commendabilissima di quell'età; quindi raccomandò il fi- glio a Sisto V, e questi quasi pre- sago che i Cesarini sarebbero stati un giorno gli eredi della casa sua Peretti, prese special cura di Giu- liano, eresse in ducato il suo feu- do di Civita Nova, ed in marche- sato Civita Lavinia nel i586, ti- toli e signorie che tuttora gode la famiglia Sforza. Si deve però no- tare che il Cancellieri a pag. 166 delle sue Campane riporta l' indi- cazione di alcuni stromenti notari- li, dai quali si rileva che nel 1 480 Oddo Colonna vendè Civita Lavi- nia a Gabriello Cesarini ; che nel 1481 Oddo nel prendere denaro ad impreslito dal cardinal d'Estou- teville detto di Roano , nell' istru- mento viene nominata Civita La- vinia, onde sembra che il Cesari- ni l'avesse ceduta; che nel i483 il cardinale donò a Giiolamo ed Agostino fratelli, avuti con altri da Girolama Tosti, i castelli di Fra- scati , Civita Lavinia, Genzano e Nemi, costituendo per tutori i car- dinali di Porto e di Novara con l'incarico di prenderne possesso.

La terra attuale è cinta di mu- ra rifatte dai Colonnesi nel secolo XV, ed in piìi luoghi si mostra

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ancora il loro stemma : due sono le porte che indicano i luoghi cui conducono, cioè una si chiama Pio- mana, l'altra Nettuno. La sua pian- ta è quasi un quadrato difeso ne- gli angoli da quattro torri circo- lari, delle quali quella che difende l'angolo orientale è più grande ed ha una torricella sovrapposta, che fu la rocca occupala dal duca di Calabria. Dopo il casino Dionigi, e la casa con portichetto di tempi bassi, discendendo prima di entra- re nella terra, e di fronte alla sua porta , evvi a destra un lungo e bizzarro fontanile, lodata opera del cav. Bernini ; il fontanile è fatto a guisa di rustica grotta con grossi travertini, e vaga tazza semicirco- lare. La costruzione di questo fon- tanile servì al celebre Bernini per jstudio, e per addestrarsi all'artifi- zio del taglio della composizione e dell'effetto delle scogliere ch'egli doveva eseguire in Pioma, come tnagislraimente eseguì nella gran- diosa fontana della piazza Agonale o Navona.

La chiesa principale è collegia- ta con arciprete e sei canonici , sotto il titolo di s. Maria Maggio- re, con sette altari , il primo dei quali è dedicato all' Assunzione di IMaria Vergine, titolare della chie- sa e patrona della terra , con parrocchia ; ivi fiirono canonica- piente erette le confraternite del ss. Sagramento, del Rosario, e del Crocefisso. Nel 1675 la chiesa fu rinnovata dai fondamenti da Fi- lippo Cesarini, ultimo stipite di questa illustre casa , la quale si continuò in Livia maritatasi a Fe- derico Sforza : nella cappella del Crocefisso si conserva un dipinto molto pregevole, attribuito a Giu- lio Romano, e rappresentante la

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Beata Vergine , e s. Giovanni e- vangelista a pie della croce. La torre delle campane fu eretta con disegno del Borromini. Vi è un ospedale per gì' infermi , ed un monte frumentario che vuoisi isti- tuito prima del i4oo; vi sono an- cora le maestre pie ad istruzione delle donzelle, e le scuole pei gio- vanetti. Uscendo dalla porta occi- dentale si ravvisa a sinistra un piccolo tratto delle mura antiche costrutte di massi parallelepipedi di pietra vulcanica, come quelle di Ardea, e costeggiando per poco le mura si giunge alla torre angola- re di costruzione del secolo XV , alla quale è attaccato un anello moderno di ferro, che dai terraz- zani si mostra ai creduli come quello al quale Enea sbarcando attaccò la nave, come se Lanuvio e Lavinio fossero una stessa cosa , il mare giungesse a quell'epoca su questa altura, e l'anello si potesse essere conservato sino a noi, sup- ponendo antichi esso e la torre, che d'altronde sono moderni. Fer- tile è il territorio di Civita Lavi- nia, e squisito n'è il vino. Da que- sto luogo si godono belli e deli- ziosi punti di vista, che offre la ridente situazione, onde si scuo- prono non solamente le vigne ed oliveti del suo territorio, e di quel- li di Genzano, Velletri, Cori, Nor- ma , Ninfa , Sermoneta , e Ci- sterna, ma la prospettiva dei mon- ti Albano, Artemisio e Corano, ai quali in maggior lontanan- za con piacevole variazione succe- dono gli altri delle provincia di Marittima e Campagna; come le vastissime pianure dell'agro Pon- tino, e le immense foreste e cam- pagne di Anxuic, Monte Circello, Ailura, Anzio, Laurento, Ardea,

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Oslia Tiberina, con tutto il tratto al eli dell' ira bocca tura del Te- vere sino ai monti della Tolfa. Si scorgono pure a colpo d'occhio il Lazio non solanierìte, e i lidi La- vini, coU'anlica sede di Turno re de'rufuli, ma la massima parte del littorale pontificio sul mare Tirre- no o Mediterraneo, e le isole del regno delle due Sicilie, il che for- ma all'occhio dello spettatore il più gradevole e sorprendente spet- tacolo. Degli oggetti rinvenuti nei suoi scavi , massime in quelli dei nostri tempi , delle sue iscrizioni , degli avanzi antichi della magnifi- cenza e grandezza di Lanuvio, co- me del tempio e culto di Giuno- ne, ne tratta il Nibby citato. Eru- dite notizie antiche ed ecclesiasti- che si leggono pure nel Piazza , Gerarchia cardinalizia, p. 809 e seg. 11 Ricchi nella Reggia dc\>olsci parla di Lanuvio colonia LXXXIII a pag. 176 e seg., de' suoi fosti, e iscrizioni che riporta, uomini illu- stri ec, e dice che fu la prima città romana falibricata nel La- zio, secondo M. Varrone ; il me- desimo Ricchi nel suo Teatro de- fili uomini illustri pag. 1^5, parla di quelli di Lanuvio o Civita La- vinia, e riporta altre interessanti nozioni. Il Theuii nel Teatro isto- rico, a pag. 87, dice che Lanuvio fu annoverato tra le città volsche, e che fu patria degli imperatori Antonino Pio, e Commodo. Da ul- timo il dottissimo can. Giannanto- nio Meschini, ci diede l'erudito o- puscolo intitolato : 3Ionurnento an- tico collegiale scoperto a Civita Lavinia U anno 1816 illustrato , Venezia coi tipi di Giuseppe An- tonelli premiato con medaglia d'o- ro, 1839. Con quest'opuscolo il chiaro autore volle supplire all'il-

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lustrazione che ne aveva fatta Nic- cola Ratti, pubblicata in Roma nel 1825 dal de Romanis, dicendoci che in modo più ragionato la ri- produsse il eh. Clemente Cardinali, nei Diplomi imperiali de' privilegi accordati a^ militari, Velletri i836. Inoltre avverte che anche il eh. ab. Girolamo Amati nel Giornale Ar- cadico f 89, p. 224> 1 ha in parte illustrata. Questo monumento con- siste in una interessante latina iscri- zione, divisa in due colonne di ses- santa e più linee scolpite in mar- mo con bei caratteri romani, dis- sotterrata in fondo di proprietà della famiglia Frezza di Civita La- vinia. Il contenuto tratta dell'isti- tuzione di un collegio chiamato Culloruni Dianae et Jntìnoi^ e- retto nel tempio dedicato a questo favorito divinizzato, sotto il conso- lato di Mummio Sisenna, corrispon- dente ail'anno XXVII dell'impero d'Adriano, e i33 dell'era cristia- na. Tal prezioso monumento con- tiene inoltre molte cose non meno curiose che utili ad illustrare la storia dell'antico Lanuvio, ed an- che di Roma, ed a somministrare l'idea piìi precisa sull'indole e sullo spirito di tali stabilimenti ed isti- tuzioni presso la gentilità. Vi si leggono difatti gli statuti del pre- detto collegio , specialmente per la parte relativa all' ordine delle cene e dei funerali ; donde scor- gesi con quanto interesse si occu- passero di'l funere e della tumu- lazione de' consoci estinti, quniorq non si fossero procurata volonta- riamente la morte ; giacché in que- sto caso si prescrive, che ejus ra- tio funeri s non habebitur, tanto era in orrore agli stessi gentili il sui- cidio: come pure si proibisce se- veramente il menomo atto di se-

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dizione, e la menoma mancanza di rispetto in riguardo a colui che l'oilicio sosteneva di quinquennale, che forse era la prima carica o di- gnità, almeno dopo quella del dit- tatore municipale, o del patrono del collegio medesimo.

Tre volte il regnante Pontefice Gregorio XVI onorò Civita Lavi- nia, mentre stava alla pontificia villeggiatura di Castel GandoH'o. La prima fu a' 17 ottobre 1^33 che vi giunse inaspettato; pure la popolazione lo ricevette con ogni dimostrazione di festa. Smontò al- la chiesa di santa Maria Maggio- re ricevuto dal capitolo, ed ivi ri- cevè la benedizione col ss. Sagra- menlo, da monsignor Soglia arci- vescovo di Efeso ed elemosiniere. Uscito di chiesa il Papa osservò gli avanzi delie mura in pietre quadrate, un residuo di maestosa fabbrica antica di recente disco- perta, che sembra avere servito ad uso di teatro, e i nobili sarco- fagi destinati ora ad accoglieie le acque nelle pub!)liche fontane, ed altri avanzi dell' illustre municipio. Quindi avendo contemplate le a- roene e magiche prospettive che ivi si godono, supplicato da mon- signor Luigi Frezza arcivescovo di Calcedonia nativo del luogo ( V. Frezza Luigi, Cardinal), il Papa si degnò ascendere il casino di sua famiglia, ove ammise benignamente al bacio del piede il clero, i prin- cipali cittadini, e gl'individui del- la famiglia Fiezza ; e dalla loggia deli" appartamento superiore com- parti la benedizione all' affollato pnpulu, che proruppe in acclama- zioni di di vota esultanza. Quivi il Pontefice gustò di leggere la me- morata iscrizione rinvenuta in un fondo dei l'rezza , a diligenza dei

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quali erano stati i-iuniti i molti pezzi rotti, ed i nipoti del lodato prelato gli offrirono un esemplare in istampa della medesima. Aggiun- se poi il Papa la degnazione di gradire un lauto trattamento, dis- posto a cura dello stesso prelato, di che ne fu partecipe il corteggio pontificio. La seconda volta in cui onorò di persona Civita Lavinia fu a' 20 ottobre i834- Dopo di ave- re orato alquanto nella chiesa prin- cipale, osservò le amene e delizio- se vedute che in questa altura si presentano, e per meglio goderle ascese una loggia sopra il casamen- to di Giovanni Cassio romano, che coi più umili sensi ringraziò l'au- gusto sovrano del compartitogli onore ( di questo ha fatto ricono- scente e distinta menzione il di lui figlio Latino, nella dedicatoria al medesimo Papa dell' Oralio de ChrisU Domino resurgcnlis glorìa, pubblicata colle stampe , e da lui pronunziata nella cappella Sistina nella terza festa di Pasqua dei i844> come nobile convittore del collegio Nazareno, dicendo, che tanto beneficio, et marmare inscid- pliun immorlalitati mandare ). In- di si trasferì col cardinal Odescal- chi, che l'avea seguito da Castel Gandolfo, e con monsignor Frezza alla casa di questi, il quale fece osservare al primo branco di scale al Pontefice, una marmorea me- moria eretta per eternare la de- gnazione con cui nel decorso anno avea onorato di sua venerata pre- senza quel luogo. Quivi il Papa ammise al bacio del piede la ma- dre ed i parenti del prelato, che fece servire di rinfresco la nobile corte, e tutto il resto della fami- glia pontificia. Finalmcjite la terza volta che Gregorio XVI recossi a

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Civita Lavinia fu a' 19 ottobre i836, col maggior tripudio degli abitanti per la esaltazione al car- dinalato del concittadino monsi- gnor Frezza, che ricevette il Papa: questo dopo aver visitato la chiesa collegiata, sali nell'abitazione del cardinale, ove ammise al bacio del piede la sua famiglia, ed altre di- stinte persone, benedl il popolo dal balcone, e si compiacque gradire la refezione preparata dal medesi- mo porporato.

Genzano ripete la certa sua ori- gine nel secolo XIII, e già esiste- va nel 1255, come rilevasi da due bolle di Alessandro IV , la prima pubblicata dall' Ughelli, Italia sa- cra toni. I, p. 53 e seg. Congrua nos, 1 idus januarii, la seconda ri- portata dal Piatti, Storia di Gen- zano con note e documenti, Roma 1797 pel Saloraoni, p, 102 e seg. Regiilareni vi t ani, XII kal. marlii. In tali bolle Genzano è notato tra le possidenze de' monaci di s. Ana- stasio alle acque Salvie, ossia alle tre fontane, dei quali parlammo al \ol. XIII, pag. 59 e seg. del Di- zionario, i diritti de' quali su di e.sse ivi di nuovo si confermano. Kclla prima è chiamato funduni Genzani, nella seconda col nome di Castello; però in una anterio- re bolla di Lucio III, Congrua nos oportel de' 2 aprile 11 83, si parla di Monte Genzano e sua torre, dai Gandolfì eretta sulla cima dello stesso monte. Cosine montis, qui dici- tur Genzano, ridotto a coltura per r introduzione dei lavori di cana- pe, e scavi di pietre, coriispoudeo- te alla costa settentrionale de'mon- ti che circondano il lago di Nemi. Nel discutere il Ratti nel capitolo II le notizie del territorio di Gen- zano, e dei di lui possessori iu^

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nanzi la fondazione di Genza- no, conchiude che il fondo di Gen- zano, prima che ne fossero investi- ti i monaci di s. Anastasio, avesse appartenuto alla famiglia de' Gan- doifi ; che questa nelle civili di- scordie tra i Papi e i romani sot- to gli antecedenti pontificali ne fosse privata dai Papi stessi per a- desione al partito ad essi loro con- trario; e finalmente tli'essendcsene rimessi in possesso al tempo di Alessandro III immediato prede- cessore di Lucio HI, avessero allora preteso di rivendicare i loro antichi diritti. Passando il Ratti nel cap. Ili a parlare dell'etimologia di Genzano, riporta tutte le denomi- nazioni con le quali fu chiamato , ed esclude il vocabolo Cynthianum , non derivando da Diana o Cinzia che avea famoso tempio e bosco sul lago del vicino Nemi ; n)a ri- flettendo che in tempo della re- pubblica romana i fondi ebbeio la loro origine, e presero il nome dai loro padroni o famiglie, ed avendo fiorito in Roma sotto gl'imperato- ri vari soggetti di cogncwise Gen- zianì, lutti distinti e consolari, dei quali sino al terzo secolo ci riman- gono molte memorie, gli sembra probabile che il territorio genzanese fosse un fondo di qualcuno degli in- dicati personaggi, e che dai mede- simi assumesse il nome di Genzano, dai quali forse passò ai Gandolfi, che lo ritennero sino dopo la metà del secolo XII : porta quindi opinione che la vera appellazione del luogo è Genzano o Genziano, in latino Genlianum. Dai monaci dunque di s. Anastasio possessori di altri fon- di convicini , la terra di Genzano ebbe il suo principio , e siccome essi aveano fatto diroccare la tor- re de' Gandolfi per cancellare la

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memoria del loro dominio, in se- guilo si T'idero obbligati erigere un castello sul monte Genzano per difendere le loro terre nel lato set- tentrionale dalle ostili incursioni, tanto più che la parte meridiona- le delle loro vaste possessioni era sunìcienlemente guardata dal ca- stello e rocca di Nemi. Laonde Genzano in principio non fu che un castello, o piccola fortezza, per cui venne chiamato Castrimi. Del- la famiglia Gandolfì ne dammo un cenno all' articolo Castel Gandolfo. Per lo spazio di più d' un seco- lo pare che Genzano non cambias- se padrone, mantenendosi tranquil- lamente sotto il vassailaeisfio feu- dale de* suoi stessi fondatori , be- nemeriti delle lettere, della civiliz- zazione e della coltura delle terre. Dopo aver dimorato sette Ponte- fici in Francia ed in Avignone dal i3o5 al iSjG, l'ultimo di essi Gregorio XI restituì a Roma nel I 377 la residenza pontificia, indi mo- rì neir anno seguente. Sebbene fu canonicamente eletto Urbano VI in successore, molti cardinali nel me- desimo anno si ribellarono, e sotto la protezione di Onorato Caetani conte di Fondi , in questa città si imirono in conclave, e nel palazzo del conte, detto perciò palazzo pa- pale, procedettero all' illegittima elezione di Clemente VII antipapa. Trovandosi tra i baroni romani suoi fautori principalmente Giordano Or- sini, lanlipapa per rimunerarlo, con pseudo-bolla data in Fondi a* 1 dicembre 1378, Exitnie dtvotionis sinceri las, gli concesse a terza ge- iierazione con illegittima investitura molli castelli , tra i quali fastra Ne- mi, et Genciani Àlbanen dioecesis curii casali, (jnod Monlangiaiio vai- ^ariler nunciipalui\ ad moiiasteriuni

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x. Jnastasìi extra niuros urhis per- tineiitia. Giordano con la forza se ne mise in possesso, che per altro fu di assai corta durata, forse ter- minò nel 1379. Dappoiché, ritirato- si l'antipapa in Avignone, e rico- nosciuto Urbano VI per vero Pa- pa dall' Italia, tranne Giovanna I re- gina di Napoli, le altrui giurisdizio- ni invase dai seguaci del falso Pon- tefice , si ripristinarono nei loro primitivi e reali padroni. Tutta- volta verso il i3g3 Nicola Colon- na de' signori di Palestrina , pio- littando del lagrimevole scisma , colla prepotenza delle armi invase Genzano. Però nel i3c)9 avendo discoperto Bonifacio IX la congiu- ra da lui tramata, egli per sottrarsi al castigo fuggì, lasciando Genzano a Buccio Savelli suo compagno nel- r usurpazione. Ambidue governa- rono tirannicamente Genzano, ed il secondo allorché restò solo por- tò all'eccesso le sue avauie ed op- pressioni. Stanchi i genzanesi di soUrire siffatta dominazione, spedi- rono un' ambasceria a Pietro Pas- sarello nobile napolitano, capitano di Marino per la Chiesa romana , ed al Papa molto accetto, chieden- dogli la sua mediazione con Boni- facio IX, per essere ricevuti sotto r immediata dipendenza e prote- zione della Sede apostolica, con ri- conoscere a un tempo stesso l'uti- le dominio dei loro antichi padro- ni i monaci di s. Anastasio , per cui la spedizione fu fatta di pieno concerto con 1' abbate.

Convenendo il Pontefice dopo maliifo esame alle istanze de' gen- zanesi , si convennero gli articoli della nuova capitolazione, confer- mati e pubblicati dai Massari di Genzano nella chiesa parrocchiale alla presenza di lutto il popolo.

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del castellano Marino Passareljo fratello di Pietro e procuratore della santa Sede, dell'abbate delle tre fontane e di altri testimoni. Tutti questi atti e concessioni Bo- nifacio IX solennemente approvò a' i5 novembre 1899, col breve Iliimilibus et liontslis sui'pUcuni votis, nel quale lelteralmeiite si ri- portano gli articoli convenuti. Cosi Ganzano venne restituito all'utile dominio de' cisterciensi , o piutto- sto leso per la piiiaa volta imme- diatamente soggetto alla Sede apo- stolica , che vi deputò suoi gover- natori i due Passarelli nominali , forse parenti del Papa^ staccando la terra di Genzaiio dalla castelia- iiia di Lariano, dalla quale avea dipenduto sino allora, ed unendola a quella di Marino, col breve J^t- si ad wiwersa terra, emanato nel medesimo giorno dell'altro, e di- retto ai due Passarelli. In quanto al castello di Lariano, esso sorge- va nelle vicinanze di Vellelri , e formava casteilania dalla quale e- rano dipendenti vari circonvicini paesi, e tra questi Genzano e la Riccia. Era feudo dei potenti Sa- \elli, e questo appunto dovette es- sere il motivo, per cui i gcnzane- si nel sottrarsi dal dominio di Euc- cio domandarono ancora di essere slaccali dalla giurisdizione di La- riano. Questo castello essendosi di poi ribellato al Papa Alessandro VI, fu per di lui ordine distrutto dai velleirani. Varie di lui notizie si leggono nelle citate Memorie i- storiche del p. Casimiro a p. 198; nel p. Esci] inardi. Descrizione di Roma p. 2 83; e nel Borgia, Storia di Velletrì p. 355. Lariano terra de' Coloiniesi era stata già presa e distrutta dai velleirani nel pon- tificato di Eugenio IV; e Pio II,

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come si legge nel Compendio del- ia storia veliterna del sacerdote Banco, Roma 1841 , fece demolire la fortezza che avea fatto riedifi- care il cardinal Colonna, ed a quei tempi inespugnabile. Qui noteremo che il mentovato can. Emanuele Lu- cidi nelle Memorie storiche dell'an- tichissimo municipio dcll'Ariccia, e delle sue colonie Genzano e ISend, nel capo XXXI li della parte pri- ma liatta di Genzano , il quale vuole originato dal suolo e dal mu- nicipio Aricino, e pel concorso dei popoli al tempio di Diana Aricina, la quale fu chiamata anche Luna, giustificando così la denominazio- ne di Cynthiae Fammi e Cjnlhia- num , e lo slemma del coni ime. Queste opinioni, e la brevità delle notizie indussero il Ratti a scrive'- re la storia di Genzano dedicando- la a d. Domenico Jacobini , ed a Tommaso Truzzi, la cui famiglia provenne da Bergamo nel 1705, come appartenenti alle primarie famiglie genzanesi, dicendo il dotto Gaetano Marini , uno de' revisori deputati a tale istoria , che l'illu- stre terra di Genzano era rimasta sino allora senza una particolare istoria , per cui lo stesso Lucidi avea sperato che il Ratti l' avesse eseguita. Il medesimo Ratti , nei già citato cap. XI riporta le prin- cipali testimonianze di alcuni piìi celebri autori sopra Genzano , i quali però caddero in gravi equi- voci rapporto alla storia munici- pale, come Biondo da Forlì o sia Biondo Flavio, nella Roma ristali- rata et Italia illustrata , tradotta da Lucio Fauno; Pio li nel lib. Il de' Commentari; Raffaele Volaler- rano, in Commentariorum Urba- ncr. lib. VI; Atanasio Kircher, La- tiuin j in cui fa menzione di un

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albero portentoso per la sua mole, il quale Jsussisterebbe ancora se le donne gen/anesi non avessero nel- la concavità dell'albero, che loro serviva di comoda stanza, fatto bollire a fuoco vivissimo la caldaia del bucato, per cui si diseccarono a poco a poco le radici e l' albe- ro stesso , che bisognò tagliarlo a' tempi del Ratti , il quale adér- ma non essere esagerazione dan- dogli molti secoli di vita ; e Giu- seppe Rocco Volpi, Fetiis Lalium, Ioni. \IL Di Genzano ne avea e- ziandio parlato con erudizione An- tonio Ricchi nel lib. I, cap. XXXX, della Reggia, de' volsci, chiaman- dolo Geiisano o Cinliano, e ripor- tando le congetture di alcuni che ivi giacesse l'antica città di Bovil- fa, e che vi fosse una villa di Ce- sare Augusto, sotto il quale fu piantato l'enorme memorato albe- ro nel di cui vacuo potevasi rifu- giare venticinque uomini. E per non dire di altri , il Piazza nella Gerarchia cardinalizia p. 3 1 7 e seg. interessanti notizie avea scrit- te su Nemi e Genzano o Cencia- no, e de' loro pregi; nel secondo parlando delle chiese di s. Maria di Cima e della compagnia del ss. Sagramento, aggregata all'arci- confiaternita di s. Lorenzo in Da- maso di Roma ; dell' oratorio del- la Concezione, e della chiesa dei ss. Sebastiano e Filippo Neri, prov- vista splendidamente dal duca Fi- lippo Cesarini. II Cancellieri parla di Genzano nella sua Lettera al dottor Korejy sopra V aria di Ro- ma ec. , ed a pag. 222 tratta di alcuni scrittori su Genzano.

I cistcrciensi delle tre fontane furono ben contenti della disposi- zione di Bonifacio IX, e dell' ope- rato dai genzanesi, non essendo essi

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in grado di difendere Genzano dal- le invasioni doi potenti e prepoten- ti [baroni de limitrofi luoghi, aven- do anteriormente edificato a tale oggetto sul monte Genzano una gran torre a guisa di fortezza, di cui parlammo di sopra, 1 avrebbe- ro resa a forma di cittadella se non gli fosse mancalo il danaro. Nel i4o2 accadde in questa terra un orribile incendio , che la inceneri nella massima parte; onde i mo- naci per salvare il restante, essen- do impotenti alle indispensabili e costose riparazioni, con beneplacito apostolico di Boiiifacio IX, secondo il suo breve Jiistis ci honestis siip- plicuni votis , dato a' 28 gennaio 1404, divisarono di vendere il ca- stello di Statua di loro proprietà egualmente rovinato, detto l'antico Jlsium o Tarres, presso Palo nel- la diocesi di Porto. Ma il Papa volendo beneficare con nuovi favo- ri i monaci , ordinò alla camera apostolica che acquistasse la pro- prietà del castello di Statua o Sta- tue, ed in vece s' incaricasse della spesa in compire la fabbrica della torre di Genzano, per la quale Bo- nifacio IX assegnò seicento fiorini d'oro ; per il di più furono cedute ai monaci le rendite delle due col- legiate di s. Maria e di s. Pietro de Arilia, e dell'altra di s. Maria di Petrola, che perciò rimasero sop- presse, ed i proventi della guardia- nia di Lariano, come si legge nel breve , Etsi diffìcnltatibus , ema- nato da Bonifacio IX il primo feb- braio i4o4- Da quel tempo Gen- zano fu ridotto a perfetta forma di castello, preso nel suo proprio significato di fortezza : la fertilità del suo territorio , quello altresì de' paesi adiacenti allettò alla di lui coltivazione molti abitanti del*

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le vicine ed anche lontane contra- de, a stabilirvi le loro famiglie, at- tratte anche dall'amenità del soggior- no. Ne! i4to Giovanni XXllI ricon- ciliò con la Chiesa i ribelli Giovan- ni e Nicola Colonna soprannomi- nato , benché questi lo era anche stato nel i4oi da Bonifacio IX, e con altri feudi l' investi pure del- la terra di Genzano a triennio , col tenue censo di un sol fiorino d' oro da pagarsi al detto moni- stero di s. Anastasio il giorno di Natale, o nella di lui ottava, me- diante il breve Pia Maler Ecclesìa, de' i8 luglio, con la clausola che spirato il triennio avrebbe dovuto ritornare Genzano ai monaci. Ma Antonello Savello, profittando dello scisma tuttora vigente, 1' occupò e ritenne sino al i^ij, epoca in cui terminato lo scisma con l'elezione di Martino V Colonna, questi ad istanza dell'abbate delle tre fontane fecegli restituire Genzano e Nemi ancora da Giovanni Annibali che 1' occu- pava. Temendo però i monaci per le potenti fazioni , e gran pote- re de' baroni romani, di perdere i feudi di Genzano e di Nemi, nel 1423 li dierono in alFitto per un triennio a Giordano Colonna fra- tello del Papa, con dichiararlo in- sieme governatore di ambedue, con documento che si legge nel Ratti a p. 127. L'obbligo assunto dal Colonna fu di garantire e difen- dere i castelli, e di corrispondere all'abbazia « totum vinuin, e to- >} tum granum exigenda , perci- « pienda, et habenda ex dicto Ca- » stro Jensani, tenumeuto et vi- « neis ejusdem ad curiam dicti Ca- « stri pertincntia, et florenos quin- « quaginta in alia nianu ex fru- » elibus dicti Castri Nemi ".

Terminato il triennio domandaro-

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no i monaci a Martino V di vendere i castelli di Genzano e Nemi, col ca- sale annesso di Montagnano, ai Co- lonnesi Antonio, Prospero e Odoar- do figli di Giordano, ciò che dopo maturo esame il Papa accordò il primo novembre col breve Ex in- junclo nohis , riportato con tutti gli altri documenti dal diligente e dotto Ratti. 11 prezzo fu di quin- dicimila fiorini da bai. 4? l'uno, coU'obbligo ai monaci del rinvesti- mento. Un mezzo secolo e più ri- mase Genzano sotto il dominio dei Colonna, e Martino V lo arriccia di privilegi , come dell' esenzione dalle gabelle del sale e del focati- co, come avea fatto con altri feu- di di sua casa. Narra il Lucidi a p. 3 II, che mentre Genzano era do- minato dai Colonnesi, ebbe la sor- te di vedere presso le sue porte il Pontefice Pio li elevato alla catte- dra apostolica nel i458, come si ha dal lib. II de' suoi Commentari. Aggiunge, che salendo il Papa dal lago di Nemi incontrò la molti- tudine del popolo, e molti vecchi che per 1' allegrezza si abbracciava- no con gli occhi pieni di lagrime, dicendosi scambievolmente: chi mai creduto avrebbe di vedere prima della nostra morte il Pontefice Ro- mano ? Iddio ci ha fatto questa grazia. Osserva poi che non entrò il Papa nel castello di Genzano , ma passò vicino alle porte di quel- lo, pei'chè oltre la strettezza del suo circondario , erano le strade molto incomode e scoscese , come si vede anche a' nostri in quel luogo che chiamasi Genzano vec- chio. Il passaggio e trattenimento, come lo chiama il Ratti, del Pon- tefice Pio II in Genzano, fu un av- venimento memorabile per questa terra , ed a tal effetto riporta il

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brano de' Commentari , in cui lo stesso Papa ne fa la descrizione. Il protonotario Giovanni Colonna figlio del suddetto Antonio, nel i479 ^^^^^^ Genzano al cardinal Guglielmo d' E^touteville per du- cati tredicimila e trecento da bai. 77 l'uno, con patto di retrovendi- ta ; quindi il cardinale a' io ago- sto i4Si> come di sopia abbiamo accennato, donò i due castelli di Genzano e Nemi aGii-olamo e Ago- stino Tottavilla suoi figli naturali, e nel i483 costituì il cardinal Bor- gia vescovo di Porto poi Alessan- dro Yl, ed il cardinal A rei m boi di vescovo di JXovara, in suoi procu- ratori a prendere possesso di Gen- zano e Nemi, come pure di Civi- ta-Lavinia e Frascati donati simil- mente ai detti figli, che aveva fat- ti adottare da Pioberlo suo fratello. Ma essendo morto nel i483 stesso o nel i485 il cardinale d'Estoute- ville, i Colonnesi colla forza e con le armi si rimisero in possesso di Genzano e degli allii castelli dei Tuttavilla, o per il patto di retro- vendita, o per le inimicizie insor- te tra le due famiglie , essendo i Tuttavilla amici degli Orsini fieri emuli dei Colonnesi, avendo Giro- lamo sposato Ippolita Orsini : on- de ebbero luogo guerre accanite , sostenute d'ambo le parli con l'a- iuto de' propri amici. A terminar tali fazioni, e i danni gravi che ne derivavano ai sudditi pontificii, mas- .sime de' luoghi conUvistati , s' in- terpose Innocenzo Vili , il quale nel concistoro de'i4 luglio i485 (giacché egli fu eletto a' 26 agosto 14B4), stabilì che i castelli e luo- ghi in questione fossero depositati in sue inani, e tra questi le sole terre dei Tuttavilla furono indivi- duate, e singolarmente Genzano.

GEN In tale anno adunque inalberò Genzano di bel nuovo lo stendardo della Chiesa, e per la seconda volta respirò, benché per poco tempo, sot- to il placido di lei dominio. Qui poi noteremo che se si dovesse sta- re all' autorità del Beughemio, Iii' cwiab. typogr. p. 1 4 ; del De la Caille, Hisloire de l'impriin. p. 5o, e deirOilandi, Orìgini p. 192, bi- sognerebbe accordare a Genzano anche il pregio di avere avuta una tipografìa nel secolo XV , che fu quello della nascita di quest' arte utilissima , scrivendosi dai medesi- mi che ivi fu stampato il seguen- te libro : Joannìs Annii ord. Praed. De futuri s christianorum triuni- phis in thut;cos j et saracenos ad Sixtum Papa IV, et reges , pria- cipes, ac senatus christìanos. Ge- nuae tjpis Baptislae Cavali ordi- nìs Carmeli S. T. M. in domo s, M. cruciferorwn 1480 in 4- ^'- ì^nat. foli, duorum ab A. ad F. characl. golii. Il primo de' citati scrittori in luogo di Gennae legge Cenliae, il secondo per fare a suo modo la cosa piìi chiara, Genzano, ed il terzo riportando ambedue le lezioni del Beughemio e del De la Caille così soggiunge: " Quando Gentiae sia Gensano , egli è una terra sullo stato di Roma , dalla quale traile altre cose si cava un vino del quale in Roma se ne fa molta slima". Il Ratti dice che chi opinò in favore di Genzano , cadde in manifesto errore. Intanto la pace tra la fazione Colonnese e r Orsina ebbe pieno effello nel i486 in settembre o poco dopo ; però Genzano rimase sotto l'immediato dominio della Chiesa circa un an- no, dopo il quale sembra non es- sere ritornalo ai Tuttavilla , ma beuM ai Colonna, ciò che sembra

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confermarsi dalla bolla tli Alessan- dro VI, con cui approvando la do- nazione di Lucrezia IJorgia ai due .suoi figli Roderico e Giovanni di tutte le terre a lei investite dal Pontefice padre, e prima tolte ai principali baroni romani , il solo Frascati vi si nomina come feudo dei Tuttavilla, e non Genzano, pa- rimente compreso in quella dona- zione, forse accaduta nel 1498, an- no in cui Lucrezia sposò in secon- de nozze Alfonso d'Aragona duca di l'iselli da cui ebbe i delti figli. Morto Alfonso nel i5oo, Lucrezia avanti di maritarsi col duca di Fer- rara fece ad essi la riferita dona- zione, confermata e consolidata da Alessandro VI con la bolla Code- slis altitudinis poteiiliac, del primo ottobre i5oi. Nella divisione Gen- zano toccò a Roderico, che succes- se alla madre nel di lui dominio e baronaggio; ma morto il Papa nell'agosto i5o3, venendo i Bor- gia spogliati dei domini! da lui dati, ed avendo i baroni romani ripreso ognuno il suo, i Colonnesi naturalmente rientrarono in pos- sesso di Genzano, che pacificamen- te conservarono sino al 1 563. In cpiest'anno a' 26 settembre Marco Antonio Colonna di poi trionfato- le de' turchi a Lepanto , vendette Genzano a Fabrizio de' INIassimi per il prezzo di scudi quindicimila duecento, con atto che il Ratti ri- porta a p. 107, dicendo il Lucidi, eccettuata la tenuta di Montagna- no con le sue mole. A fine di to- gliere ogni eccezione sulla validità di una tal vendila. Pio IV con suo moto-proprio derogò a tutti i fi- decommissi della famiglia Colonna, specificando che Marc'Antonio era slato necessitato a vendere il suo icudo di Genzano per i debiti che

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aveva dovuto contrarre a causa del- le doti alle proprie sorelle. Aggiun- ge il Lucidi che vi fu prestato il con- senso da Filippo II re di Spagna, per sictn-ezza dell' obbligo di evizione sepia i beni di Marc'Antonio, esi- stenti nel regno di Napoli, il quale specialmente obbligò i castelli di Marino , Nettuno, Civita Lavinia e Ceccano.

Effimero fu il dominio del Mas- simi sopra Genzano, mentre nell'an- no seguente a' 2 ottobre lo riven- dette per lo stesso prezzo di scu- di quindicimila duecento a Giu- liano Cesarini marchese di Civita- nova nella provincia di Macerala [Vedi), al quale articolo ne parle- remo, essendo tuttora dei duchi Sforza Cesarini con titolo di du- cato. L'atto di vendita il Ratti Io riporta a p. 162, in cui si legge compresa nell' acquisto di Giuliano la tenuta delle due Torri a po- nente e in poca distanza da Gen- zano, e prendeva tal nome da due torri vecchie eh' erano sopra il colle compreso nella medesima: oggi solo una ne resta in piedi, e tutta la possessione appartiene ai carmelitani. Eziandio nella vendita si compresero alcune case comprate dal Massimi, non che quei migliora- menti da lui fatti nel feudo. Da quel tempo Genzano restò nel dominio Cesarini, e quindi lo è ancora negli Sforza loro eredi e successori, che in piìi incontri fecero sperimenta- re ai genzanesi le loro beneficenze, molte delle quali di sopra regi- strammo. L' altro duca Giuliano Cesarini facendo lunga e frequen- te dimora in Genzano, ivi la sua consorte d. Margherita Savelli par- tori Alessandro, Maria Felice, An- na Maria, la celebre Cleria, e Giulia, non restringendosi la slan-

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zione dei nobili coniugi in Gcnza- no al solo (cnipo di villeggiatura. Sotto questo duca Giuliano il feu- do fu onorato d'una graziosa vi- sita del Pontefice Alessandro VII, di che fece egli menzione nel volume dedicato a quel Papa di poesie la- tine ed italiane dello zio dottissi- mo d. Virginio, pubblicato nel i658 con tipografico lusso, con in- cisione stampata in rame che ri- corda la visita di Alessandro VII in Genzano. D. Livia figlia di Giuliano e Margherita, ed il ge- nero d. Federico amarono pure la dimora di Genzano, ed ivi ebbe i natali il primogenito duca Gae- tano seniore.

AfTezionatissimi i duchi Cesari- ni e Sforza al loro Genzano, vol- lero segnarne i fasti anche coi matrimoni dei propri figli il du- ca Gaetano mentovato, e d. O- lirapia. Questa nella parrocchiale di Genzano il primo luglio del 1699 sposò d. Scipione principe di Venafro, il fratello a' i.\ giugno lyoS si unì in matrimonio a d. Vittoria Conti. Inoltre Genzano più volte fu onorato dalla presenza de' sommi Pontefici che vi si por- tarono da Castel Gandolfo, e da al- tri nell'andata e ritorno da alcun luogo, come fece Benedetto XI li, quando negli anni 1727 e 1729 si portò alla sua antica chiesa ar- civescovile di Benevento; così di altri Papi che recaronsi a Nemi. Clemente XIII agli 1 i ottobre 1764 si portò a Genzano, avendo seco in carrozza il cardinal Caval- chini, e il cardinal Rezzonico suo nipote. Il Papa visitò la chiesa principale ov' era esposta una sta- tua della Beata Vergine del Ro- sario i poscia andò a visitare il cardinal Giovanni Costanzo Carac-

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ciolo nel suo casino, il quale ap- prestò un magnifico rinfresco. Nel Diario di Roma del 1773, nume- ro 8344 si legge, che avendo Cle- mente XIV permesso al duca Gae- tano giuniore Sforza Cesarini di poter fare eseguire nel suo feudo di Genzano la sentenza di morte di un reo colpevole di piìi delit- ti capitali, il duca fece trattare convenientemente i confrali del- l'arciconfralernita di s. Giovanni Decollato, che da Roma si porta- rono ad assistere il reo che fu im- piccato. Il Pontefice Pio VI (]ììI 1780 recandosi ogni anno sino al 1796 inclusive, tranne gli anni 1782 e 1793, a Terracina nell'a- prile e nel maggio per il prosciu- gamento delle paludi Pontine, o- norò nel passaggio di sua presen- za Genzano. Pio VII a' 18 otto- bre 1 8 1 4 si portò a Genzano, e dalla loggia del palazzo del duca d. Francesco Sforza Cesarini, com- partì al popolo l'apostolica bene- dizione; vi ritornò a' 2 i ottobre i8i5_, e nella chiesa del duomo nuovo ricevette la benedizione col ss. Sagramento. Il successore Leo- ne XII, ineiitamente a'^S settem- bre 1828 dichiarò Genzano città, e gli concesse le relative prero- gative.

Il Papa che più di ogni altro ha in parlicolar modo onorato Genzano con le frequenti sue visi- te, e soggiorno di parecchie ore, è il regnante Gregorio XVI, ol- tre di aver dato alla città a mu- nifico protettore il cardinal Anto- nio Tosti romano, che segnalò il possesso solenne che decorosamen- te vi prese in persona, con divei'- se beneficenze tutte proprie del suo animo generoso. Nel numero 82 del Diario di Roma del i83i

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si legge che a' i o ottobre recando- si dalla villeggiatura di Castel Gan- dolfo il Papa Gregorio XVI a Velletri, fu acclamato dai genzane- si con ogni venerazione, cui face- va eco la banda dei filarmoni- ci della medesima città. Discese alla chiesa collegiata in mezzo al- la guardia civica, essendo ricevuto dal clero e magistratura governa- tiva e comunale, vestiti delle loro insegne. Ivi ricevette la benedi//io- ne col ss. Sagramento decorosa- mente esposto, da monsignor So- glia arcivescovo d'Efeso ed elemo- siniere; dopo di che proseguì il suo viaggio benedicendo paterna- mente i giubilanti cittadini. Nella seguente mattina reduce il Papa da Velletri, ad istanza de'genzanesi di- scese alla detta chiesa , ove dal nominato prelato fu compartila la benedizione colla ss. Eucaristia pre- cedentemente esposta; quindi in sagrestia il Pontefice ammise al bacio del piede i canonici, il go- vernatorCj il gonfaloniere con la civica magistratura, i maestri pub- blici, gli individui della banda fi- larmonica, e molti delle principa- li famiglie. Indi tra l'esultanza re- ligiosa degli abitanti, Gregorio XVI si condusse a piedi al con- vento de' religiosi cappuccini, do- ve asceso nuovamente in carrozza fece ritorno a Castel Gandolfo. Nel numero 83 del Diario di Ro- ma del i832, si narra che agli 1 1 oltobie il Papa Gregorio XVI visitò la chiesa principale di Genza- no, ricevuto colle consuete onorifi- che dimostrazioni, suono delle cam- pane e della banda, sparo de'mor- tari, e vive acclamazioni. Dopo di aver dato monsignor Soglia la be- nedizione col ss. Sagramento, il Papa ammise in sagrestia al ba-

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ciò dei piede il capitolo, le ma- gistrature, i filarmonici ed altri, e fatto un tratto di strada verso Nenii, a quel castello si condusse : ripassando poi per Genzano per restituirsi a Castel Gandolfo, gli abitanti rinnovarono i loro lieti auguri ed omaggi. Nel supplimen- lo poi di detto numero del Diario di Roma, legge che ai i5 otto- bre il Papa col solito accompa- gnamento si è recato a Genzano, e smontando alla chiesa dei cap- puccini, trovò la truppa ivi schie- rata colla banda musicale di Vel- letri: in chiesa ricevette la benedi- zione col ss. Sagramento da mon- signor Soglia, e passando nel con- tiguo convento visitò la libreria, passeggiò nel vasto orto, donde osservò il bel lago di Nemi; quin- di con singolare clemenza non so- lo volle il Pontefice pranzare nel refettorio, ma ammise alla sua ta- vola oltre il cardinal Mattei, mon- signor Bontadosi suo viditore pos- sidente di Genzano, l'arciprete del- la collegiata, e la nobile sua cor- te, anche la religiosa famiglia. Nel- l'ore pomeridiane Gregorio XVI si degnò portarsi a piedi a visita- re le maestre pie, le ammise be- nignamente al bacio del piede, e poscia tra i sinceri evviva de' ri- conoscenti genzanesi, nuovamente benedetti da lui, fece ritorno a Castel Gandolfo.

Nel supplìinento del numero 84 del Diario di Roma de' 1 9 ottobre i833, è riportato, come Gregorio XVI da Castel Gandolfo a' 1 7 di detto mese si recò a Genzano, in- contrato dalla divota popolazione con ogni maniera ossequiosa. Nel- la chiesa collegiata ricevette da monsignor Soglia la consueta be- nedizione eoa l'augustissimo Sagra-

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juento, e nel solito Irono dell'an- nessa sagrestia permise che gli ba- ciassero il piede il capitolo, i ma- gistrali, e i distinti cittadini. ludi il Papa andò a Civita Lavinia, e ritornando a Ganzano, passò nella chiesa de' cappuccini, ove roonsi- giior Soglia tornò a dare la bene- dizione, e nella libreria ammise al bacio del piede il p. guardiano e la comunità religiosa. Avendo fat- to preparare la sua mensa nel re- fettorio, vi desinò col nobile se- guito, coi sacerdoti cappuccini, coi prelati Bontadosi, e Frezza di Ci- vita Lavinia, e con l'arciprete di Genzano. Dopo il pranzo Gx'egorio XVI passeggiò neir orto, ove fa bella veduta il sottoposto lago, e le adiacenti campagne e colline, quindi benedicendo i genzanesi, e tra i loro plausi ritornò a Castel Gandolfo. Nel numero 4^ delle ]S'olizie del giorno del i834 è ri- portato, che ai 20 ottobre il Pa- pa Gregorio XVI recossi a Gen- zano, nella cui collegiata monsignor Tevoli arcivescovo di Atene ed e- lemosiniere compartì l'eucaristica benedizione: in sagrestia ammise al bacio del piede il capitolo, le magi- strature ed altri, indi si portò a Ci- vita Lavinia, Restituitosi il Papa a Genzano, nella clùesa de' cappuc- cini ricevè la benedizione col ss. Sagramento, da monsignor Soglia segretario della congregazione dei vescovi e regolari, e nel convento la famiglia religiosa gli baciò il piede, e poi venne da lui ammes- sa alla sua pontificia mensa, coi cardinali Falzacappa vescovo di Albano, ed O descalchi, ed i pre- lati Frezza e Bontadosi, il conte Scbrcgondi e l'arciprete di Gen- zano. Nelle ore pomeridiane il Pon- lelice festeggialo dai genzanesi ri-

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parli per Castel Gandolfo. Nel nu- mero 86 del Diario di Roma del i836, si racconta che Gregorio XVI a' 1 9 ottobre andò a Genza- no, dove nella chiesa collegiata ricevè da monsignor Soglia patriar- ca di Costantinopoli la benedizio- ne col ss. Sagramento, ed in sa- grestia gli baciarono il piede il ca- pitolo, i magistrati, i filarmonici, ed altre persone. Si portò poscia a Civita Lavinia, e nel ritorno do- po avere ricevuta la benedizione col Santissimo nella chiesa de'cap- puccini, nel refettorio del conven- to, colla consueta benignità, il Pa- pa invitò alla propria mensa i religiosi, i cardinali Falzacappa e Odescalchi, monsignor Frezza e la nobile corte ; poscia nelle ore po- meridiane fece ritorno a Castel Gandolfo tra gli iterati felici voli dei cittadini.

Finalmente nel numero 19 del- le Notizie del giorno del 1 843, si legge che ritornando Gregorio XVI a Roma, dal viaggio fatto nelle Pro- vincie di Marittima e Campagna, proveniente da Velletri giunse ai 9 maggio in Genzano. Fu ricevu- to dal cardinal Pietro Ostini ve- scovo di Albano alia testa del suo clero, da d. Lorenzo Sforza Cesa- rini duca di Genzano, e da monsi- gnor Lucciardi , presidente della Comarca , oltre il governatore, e la civica magistratura in abito. Nel- la collegiata il Papa ricevè la be- nedizione col Venerabile , e nella sagrestia ammise al bacio del pie- de i nominati personaggi ed altri, con r assistenza del cardinale, li Papa dirigendosi poi a piedi verso il convento de'cappuccini, gli riuscì di gradevole sorpresa il ritrovare una delle lunghe strade che divi- dono la città moderna di Genzano,

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cioè la via Sforza, costiuita iu de- clivio tutta ricoperta nel mez- zo di un vaghissimo tappeto di fiori freschi di dilfeietili specie, colori ed odori. Con questo spet- tacolo il popolo geiizanese voile dare al suo amato padre e sovra- no un saggio dell' infiorala che o- gni anno eseguisce per solenniz- zare la processione dell'ottava del Corpus Domini. Questi fiori di- sposti con disegno e simmetria in vari compartimenti, formavano bel- lissimi ornati tramezzati da diver- si stemmi gentilizi , e da dieci i- scrizioni celebranti le virtù del Papa, l'onore che compartiva a Genzano in tal giorno , ed altro relativo: tanto gli stemmi, come le iscrizioni erano formate di fiori naturali. In capo poi della strada Sforza , leggevasi in un cartello una iscrizione in cui si esaltava il sommo ed utile benefizio della nuova portentosa strada dal Papa ordinata nel clivio di Gallerò, che conduce a Genzano, con immenso vantaggio pubblico : autore di tut- te le iscrizioni, scritte con aurea latinità fu d. Gaetano LotFreddi sa- cerdote genzanese. Gli stemmi gen- tilizi erano, quello del Pontefice, cui succedevano cjuelli del cardinal O- stini vescovo diocesano, del cardi- nal Tosti protettore di Genzano, del cardinal Lambruschini segre- tario di stato, del cardinal Mattei segretario per gli affari di stato interni, di d. Lorenzo Sforza Ce- sarini duca di Genzano e gonfa- loniere perpetuo del popolo ro- mano, e degli stemmi di vari altri personaggi che sono a capo delle diverse pubbliche amministrazioni, con le quali ha relazione la città di Genzano. 11 Papa ammirando il sorprendente lavoro e il niira-

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bile effetto che produceva l'immen" sa copia de' ben disposti fiori, in- dugiava a passarvi, temendo che si stupendo lavoro di tante per- sone, non venisse in un momento guastato dal transito del suo se- guito e dal popolo accorso anche dai convicini paesi e da Roma. Invitato il Pontefice a passarvi so- pra, poiché solo in suo onore e- rasi la strada in tal modo abbel- lita, vi ascese e la percorse tutta sino alla cima, seguito dal corteg- gio, fra le acclamazioni de'genzane- si e della moltitudine, che l'ap- plaudiva anche dalle finestre delle case laterali parate a festa con drappi di variati colori. Giunto Gregorio XYI alla cima della stra- da proseguì a camminare per la via Carolina, e giunto sulla gran- de piazza circolare ove s'incrocia- no i quattro superbi viali della rinomata olmata, ne amraiiò l'im- ponente prospettiva, che vi si pre- senta da ogni lato , fermandosi a complimentare la duchessa di Gen- zano, d. Carolina Sfi^jrza Shirlej, che ivi trovandosi col suo figliuo- lo d. Francesco duca di Segni, si prostrò a baciargli i piedi. Arri- vato finalmente il Pontefice alla chiesa de' cappuccini per ricevervi la benedizicuie col Santissimo, ed entrato nel contiguo convento am- mise al bacio del piede la religio- sa famiglia, che volle fosse parte- cipe nel refettorio di sua mensa. A questa si compiacque ammetter- vi anche il duca d. Lorenzo Sfor- za, il p. Luigi da Bagnala predi- ca4ore apostolico , e procuratore generale de' cappuccini , l'arciprete della collegiata, il governatore ed il gonfaloniere di Genzano. Men- tre seguiva il pranzo uno scelto con- certo di trombe della valentissima

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banda romana dei dragoni ponli- flcii, in una stanza contigua esegui con lieta musica di cori alcune strofTette in onore del supremo Ge- rarca. Dopo il pranzo il Pontefice nel coro de* cappuccini nuovamen- te ammise al bacio del piede il duca, e la duchessa di Genzano, le maestre pie della città ed altre persone, indi ascese in carrozza, e giunto al piazzale di Galloro ne discese per osservare la nuova strada che per sua munificenza andavasi ultimando da quel punto sino al- l'olmata di Genzano; e lodandone il cav. Giuseppe Bartolini autore e direttore della medesima, questi ebbe l'onore di farne rimarcare i vantaggi, le superate difficoltà, e rispose a tutte le interrogazioni che si piacque fargli il venerato princi- pe. Dopo averne egli percorso un tratto a piedi, retrocedette per mon- tare in carrozza, la quale fu la pri- ma a passare per la nuova strada, seguitando il viaggio per Pioma. Ai 5 ottobre del medesimo anno 1843 Gregorio XVI da Castel Gandolfo ritornò in Genzano, vi- sitò la collegiata, e la chiesa dei cappuccini , nel cui refettorio am- mise benignamente alla sua tavola i religiosi, il cardinal Pacca deca- no del sacro collegio, il cardinal Ostini vescovo, ed oltre la sua no- bile corte, il p. abbate Zuppani, il governatore, il gonfaloniere e l'ar- ciprete di Genzano.

Da ultimo a' 2 ottobre i844 il prefato Pontefice da Castel Gan- dolfo si condusse a Genzano per la suddetta strada, che in un al ponte trovò perfettamente compi- ta, ed a memoria del benefizio è stata collocata sul ponte stesso a- naloga marmorea iscrizione, sovra- stata dal pontificio stemma di tra-

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vertino. Giunto in città fu ricevu- to nella chiesa collegiata dal car- dinal Ostini vescovo, dal capitolo, da monsignor Lucciardi presidente della Comarca, dal governatore, e dal gonfaloniere ed anziani, lutti in abito, tra il suono delle cam- pane, gli evviva della popolazione, lo sparo de' mortari, ed il suono della banda de' cacciatori. 11 Papa ricevè da monsignor Castellani sa- grista la benedizione col ss. Sagra- mento precedentemente esposto , quindi volle onorare di sua pre- senza il nuovo palazzo comunale in via Livia. È pertanto a sapersi ch'era proprietario di un ben va- sto febbricato in Genzano Giovan- ni Amerani, ed avendo la comune bisogno d'un locale in cui potesse riunire tutti gli uffici pubblici, nel terminare del 1 843 acquistò a ta- le effetto il fabbricato. Quindi la comune con l'opera e direzione dell'egregio architetto romano Lui- gi Agostini lo restaurò, l'ampliò e lo ridusse agli usi pei quali avea proceduto alTacquisto, laonde sic- come perfettamente compito, il Pontefice onorò di ascendere al piano superiore, compartire dall'or- nata loggia l'apostolica benedizione a tutti gli abitanti, e nella gran sala in decoroso trono di ammet- tere al bacio del piede il clero, il governatore, la magistratura civi- ca, ed i più distinti cittadini, tut- ti lieti di vedere distinto il muni- cipale edifizio dalla presenza di Gregorio XVI. Passò poscia il Pa- pa nella chiesa de' cappuccini, e dopo avervi orato si recò nel con- tiguo convento , ove in refettorio ammise alla sua mensa i cardinali Ostini e IMattei, ed oltre la pro- pria famiglia nobile e quella reli- giosa coi pp. Luigi da Baguaiq gè-

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ncrale, ed Andrea d' Arezzo pro- curatore generale, anche il prc- lulo Lucciardi, il governatore Ni- cola Mariani, il gonfaloniere Paolo Marini, l'arciprele d. Filippo de Dominicis, e J' altro distinto gen- zanese Gaetano Jacopini. La men- sa fu rallegrata dalla sullodata Landa musicale, dopo la quale il Pontefice ammise nel coro al ba- cio del piede le maestre pie, ed al- tre persone, e col suo seguito par- tì tra il plauso de' genzanesi per Galloro e per Castel Gandolfo.

Oltre quanto si è detto supe- riormente dell'antichissima e no- bilissima famiglia romana Cesarini, qui accenneremo alcuna delle tan- te cose che la riguardano. Essa ha dato al sacro collegio quattro car- dinali, cioè Giuliano del 1426 giu- «iore ; Giuliano del 149^ senio- re; Alessandro del iSi'j giuniore; Alessandro del 1627 seniore: le notizie biografiche de' quali sono riportale ai loro articoli e luoghi relativi. Il cardinal Giuliano se- niore terminò il palazzo Cesarini incominciato da monsignor Giorgio, ed ampliò le abitazioni di sua fa- miglia, facendo acquisto di un al- tro palazzo dirimpetto al primo, nel quale era inclusa la. torre Ar- gentina, ove edificò vaghi e sontuo- si portici: presso al detto palazzo è la chiesa di s. Nicola alle Cal- care, detta de' Cesarini per esserne stati questi i patroni, ed ora ap- partiene ai somaschi. Gabriele Ce- sarini pel primo ottenne la cospi- cua carica di gonfaloniere del po- polo romano, probabilmente da Sisto IV, o almeno da Innocenzo Vili, sebbene altri dicono averla con- seguita da Alessandro VI parente di questa famiglia, per la quale mostrò speciale propensione, e ricolmò di fa-

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vori e beneficenze. Gabriele nel i499 col consenso di detto Papa rassegnò il gonlalonierato al suo figlio Gio. Giorgio, e questi fece poi altrettanto per autorità di Giu- lio lì col proprio figliuolo Giulia- no. Clemente VII col moto-pro- prio de' 23 marzo i53o perpetuò nella famiglia Cesarini , e rese in essa ereditaria la medesima carica di gonfaloniere del popolo roma- no ; anzi è da notarsi che il du- ca Filippo, dopo la morte di Giu- liano suo fratello, succedendo ai di- ritti di primogenitura, chiese di es- sere messo iu possesso anche della carica di gonfaloniere del popolo romano, e degli emolumenti an- nessi alla medesima: incontrò qual- che ostacolo sotto Alessandro VII attesa la sua passata qualità di chierico, ma pienamente favorevole trovò il di lui successore Clemen- te IX, che perciò a' 23 maggio 1668 emanò relativo moto-proprio. Dopo la sua morte nel i685 ÌA sua carica fu conferita ad altri, ma nei primi del secolo seguente ven- ne reintegrata la famiglia Sforza Cesarini, che tuttora ne porta il titolo e le insegne nella propria arma gentilizia. /^. Gonfalonie- re DEL SENATO E POPOLO ROMANO.

All'articolo Carnevale (Fedi), ab- biamo detto delle splendide feste date in Roma nel i5/^5 da Giu- liano, co' famosi giuochi di Agone e di Testacico ; egli da Giulio HI fu investito di Civita Nova, e di Monte Cosaro con titolo di mar- chese. Sisto V oltre altre singolari concessioni a questa famiglia , isti- tuì in favore del duca Giuliano il monte Cesarino vacabile. In d. Li- via Cesarini si riunì l'eredità di cpicsta famiglia , insieme a <juel- Ic dei Savclli, Perelti , Cabrerà, e

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Bovaclilla; (jiiesla duchessa marita- tasi col tinca d. Federico Sforza, in questa nohilissiaia famiglia pas- sarono le ricchezze e le prerof^ati- de'Cesarini. Dei cardinali Sforza se ne parla alle loro biografie : della famiglia Sforza all'articolo Milano di cui fu sovrana. Dei singolari privilegi concessi da Paolo IH alla famiglia Sforza ne facemmo cenno al voi. XI, p. 12 del Dizionario. Come poi si riunirono nella fami- glia Sforza -Cesari ni le eredità, ra- gioni e privilegi delle cospicue, an- tiche e potenti famiglie Conti, Sa- velli, e Perelli, lo diciamo a quegli artìcoli. Del palazzo Sforza-Cesari- ni; attualmente abitato in Roma dai signori di questa famiglia, ne parlammo al voi. VII^ p. 191 e 192 del Dizionario. In quanto al teatro di Torre Argentina, che prende tal nome da una vicina torretta di proprietà di questa fa- miglia, è a vedersi l'articolo Tea- tri DI Roma. Il dotto Nicola Ratti nella sua opera intitolata Della fa- ìuiglia Sforza, con autentici docu- menti ci ha dato le notizie delle famiglie Sforza , Conti, Cesarini, Savelli, Peretti o Monlalto, Cabre- la, eBovadilla; della loro oi-igine, antichità, lustro, pregi; dei conside- rabili acquisti da esse fatti, feudi e signorie; dei privilegi ed insigni pre- rogative; e degli uomini e donne illustri che fiorirono in esse, e tra gli uomini quelli che in gran nu- mero si distinsero in armi, in scien- ze ed in dignità ecclesiastiche. II Ratti pubblicò nel 1 794, in Ro- ma coi tipi del Salomoni, la sua storia, cioè il primo volume, men- tre il secondo lo pubblicò nel •79'>, ed ambedue in foglio grande. La dedicò al duca Francesco Sforza Cesarini, padre dell'odierno duca,

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con questi cognomi e titoli: Savel- li, Peretti, Montalto, Cabrerà, Bo- vadilla , Conti, principe del sacro romano impero, grande di Spagna di prima classe, conte di Santa Fiora XVIII, del senato e popolo romano perpetuo gonfaloniere ec. ec. Il duca Francesco morì di an- ni 44 ^' ' ^ febbraio 18 16; gli fu- rono fatte l'esequie nella patriarca- le basilica di s. Maria Maggiore nella cappella Sistina sua gentilizia, ed ivi tumulato: della detta cap- pella ne parlammo all'articolo Chie- sa DI s. Maria Maggiore. Gli furo- no celebrati altri funerali anche nella chiesa di s. Maria in Valli- cella, qual benefattore di essa, co- me gli altri di sua famiglia, loc- chè si può leggere all'articolo Fi- lippini, in cui si descrive la chie- sa pur chiamata Nuova.

Dello stemma Cesarini, e delle sue parti, come della colonna per memo- ria di Martino V benefittore di essi; dell'orso un tempo sostituito dal montone, per la vittoria riportata sugli Orsini non ben provata, sopra un monte verde in campo giallo forse com' erede dell'antica e no- bilissima famiglia Montanara da cui vuoisi derivata; e dell'aquila im- periale concessa insieme ad altri privilegi dall'imperatore Carlo V, il medesimo Ratti ne tratta al tom. II, p. 264 e seg. e 295. Al pre- sente lo stemma gentilizio del du- ca Sforza consiste nel notissimo scudo originario Sforza, ove in cam- po azzurro si vede il leone d'oro rampante , colla destra branca in atto di minacciare, colla sinistra so- stenente un ramo di cotogno coi suoi frutti (sull'origine e particola- lità di (juest'arma si può vedere il eh. conte Litta nell' applaudita opera sulle Faniig^lic illustri Italia'

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ne, sul principio di essa). A sinistra (li qiicsla insegna entro il mede- simo scudo è la già descritta ar- ma dc'Cesarini, e d'intorno vi so- no inquartati in bella mostra bla- sonica gli stellimi Savelli, l'aquila scaccata Conti, l'ainie Peietti-Mon- lalto, e quella Cabrerà - Eovadilln. Tutto lo scudo è sormontato dal- l'aquila bicipite, segno di princi- pe del sacro romano impero. Sa- rebbe poi troppo lungo il dare ra- gione d'ogni endilema di ciascu- n'arme; dirò solo dei due serpenti o biscioni che come sujiporti stan- no ad ambo i lati dello scudo. Questi viscontei colubii sono inse- gna nobilissima quant'altra mai di Italia, perchè acquistata da perso- nale valore eccitato da sentimento religioso nella prima crociala. Ne fa menzione Torquato Tasso nel piimo canto, stanza 55 , della sua Gcriisalcininc y nel passare a rasse- gna i più valenti fia le nobili schic- re degli avventurieri.

" O '/ forte OUon che conquisto

lo scudo « In cui dall'angue esce il fan-

ciullo ignudo.

La storia è che Ottone Visconti a singoiar tenzone uccidesse un lìerissimo gigantesco saraceno chia- mato Voluce, che per distintivo di superbia aveva questo biscione per cimiero, e sullo scudo. Ottone tolse a sua iiupresa la riportata spoglia del vinto nemico, e la famiglia Viscontea si gloriò di adottarla per sua arma , e da -essa 1' ereditò la Sforzesca, la ([uale come sola ere- de del ramo dominante dei Viscon- ti, ha sola il diritto, o lo ha mag- giore d'ogn' altro di fregiarne la sua gente, e ritenerla per propria.

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Chi volesse rimontare più allo tro- verebbe che Voluce in quel ser- pente, da cui esce il fanciullo ignu- do (e serva di disinganno a chi cred-e che il serpente ingoi il bam- bino ) disegnava discendenle dal sangue di Alessandro il Grande, che crcdevasi uscito da Giove ve- duto da sua madre Olinq/ia in forma di serpente ec. : questo è il primitivo significato di nobilissi- mo stemma , che ora trovasi in- quartalo nell'arme dell' in qierato- re d'Austria, come re di Lombar- dia, perchè Milano e il suo stato dominato dai Visconti non avea altra arme che quella de' suoi si- gnori, onde Dante ebbe a chia- marla » la vipera eh' e' Milanesi accampa". Tornando all'arma Sfor- za, termineremo col dire, che so- pra il fondo del manto ducale cam- peggiano le bandiere col S. P. Q. R. in segno del gonfalonierato perpe- tuo, e due chiavi pendenti, siccome parte dello stemma de' Savelli già custodi e marescialli del conclave. GElNZlANO (s.), martire. F. Fu-

SCIANO (s.).

GEOFFROY Giovanni, Cardi- naie. V. Goffredi Giovanni, Car- di ti ale.

GEOGRAFIA. Descrizione di tut- te le parti della terra, geographia, terraruni descriptio. La geografia è una parola formata da due voca- boli che significano terra, e descri- zione. La geografia è la precisa scienza della posizione de' paesi : essa insegna il luogo di tutte le regioni terrestri, le une rispetto al- le altre, e riguardo al cielo, con la descrizione di ciò che contengo- no di rimarchevole. La geografia antica è la descrizione della terra secondo le cognizioni degli antichi, Iq opere de' quali ci furono tra-

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manclale, ma con molli errori ed onimissioni. La geografia astrono- mica è la descrizione della terra considerata relativamente al cielo. La geografia commerciale ha per oggetto di far conoscere le arti , le l'abbrithe, e le naturali produ- zioni di ciascun paese, sidl' impor- tazione ed esportazione delle quali i popoli, le nazioni, e i commer- cianti fondar possono le loro spe- culazioni : mostra anche i mari, i fiumi, i canali, e le strade piìi si- cure , comode ed economiche , i luoghi di conserva e deposizione, i porli migliori, ec. ec. La geogra- fìa ecclesiastica antica e moderna, ha per base la ecclesiastica gerar- chia : le opere e le carte geogra- lìche danno le denominazioni, di- \isioni e suddivisioni, secondo che j paesi sono distribuiti, anticamen- te in diocesi , esarcati , vicariati , Provincie ec. , al presente in pa- triarcati , arcivescovati , vescovati , abbazie nitllius diocccsis, ed anche in patriarcati, arcivescovati, e ve- scovati titolari in partihus infidc- liwn, ec. ec. La geografia fisica ù la descrizione della terra quanto alla natura, alla sua esteriore ed interiore struttura, ed alle sue na- turali divisioni. La geografia isto- rica comprende i limiti dei di- versi stati, le variazioni che pro- varono, le loro perdite, i loro in- grandimenti, e gl'isterici progressi, che risguaidaiio l'emigrazioni dei popoli, la formazione e caduta de- gl'imperi, regni, repubbliche, i can- giamenti di dinastie, ec. ec. La geo- grafia matematica^ parte della geo- grafia, ha per oggetto i calcoli co- me le latitudini e le longitudini, l'elevazione dei luoghi, e il calcolo delie maree, ec. ec. La geografia media abbraccia l' intervallo scorso

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dalla decadenza del romano impe- lo sino al risorgimento delle let- tere Geografia moderna chiamasi una più esatta descrizione della terra, dalla rinnovazione delle let- tere sino al presente, perciò la più varia, la piti interessante, la più istruttiva, e la più ricca d'ogni al- tra geografia. Geografia politica è la descrizione della terra conside- rala in confronto ai vari stati nei quali è divisa, e alla loro forma di governo. Geografia statistica è la parte della geografia, che trat- ta dell'estensione dei paesi, della loro popolazione, prodotti naturali, rendite, ec. ec. Lo Spanhemio aiu- tò la geografia colla numismatica, e per mezzo delle monete chiari molli passi osciu'i ed incerti pres- so gli scrittori.

La carta geografica poi è una figura piana che rappresenta la superficie della terra , o di una sua parie, che mostra la configu- razione dei paesi, dei mari, del- le montagne ; la situazione del- le città , dei fiumi, delle strade, ec. ; i limiti e le divisioni de- gli stati, e le denominazioni gene- rali e particolari di ciascuno di es- si. È incerto il primo inventore delle carte geografiche : Eustazio però riferisce, che Sesostri re d'E- gilto, facesse disegnare in una car- ta i paesi da lui trascorsi : questa sarebbe la carta più antica che si conoscesse. La carta generale rap- piesenta o il globo terracqueo, o una delle sue parti principali; la carta idrografica rappresenta le va- rie forme del mare, le coste, e i bassi fondi, ed altri oggetti impor- tanti pei navigatori, marcandovisi pure la profondità e le correnti, e sotto un tal riguardo è interes- santissima per la fisica geografia;

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la carta itineraria segna le sfrade e i principali luoghi per uso dei viaggiatori ; la carta muta oflie il piano inciso senza lettere, e serve con vantaggio per gli studiosi che acquistarono le prime nozioni geo- grafiche ; carta piatta è quella ove r effetto della prospettiva o roton- dità della terra è nullo, i meri- diani ed i paralleli vi sono rappre- sentati con linee dirette e paralle- le; finalmente la carta topografi- ca offre la figura di un luogo par- ticolare, e serve in ispecial modo ai militari onde dirigere le loro operazioni , e perciò comprende tutti i fiumi, le strade, ec, rico- noscendosi facilmente altresì gli og- getti appartenenti alla trigonome- tria, ch'è la nota arte di misurare i triangoli rispetto a' loro angoli e lati.

Sebbene fino da' tempi antichis- simi s'incominciasse ad avere una qualche idea di geografia , man- cando gli antichi dei mezzi neces- sari per formarsi un'esatta idea del globo da noi abitato, non po- terono essi poi tar questa scienza a quel grado di perfezione a cui giun- se per lo studio de' geografi mo- derni. Tuttavia le opere degli an- tichi aprirono la via a coltivare gli sludi geografici, e lasciarono noti- zie sull'origine e progressi della geografia, essendo i più antichi, Se- sostri che espose alla vista del po- polo delineate in carte le sue con- quiste, e Mosè nella divisione delle dodici tribìi d' Israello eseguita da Giosuè, su di che va letto quanto ne dice il Bergier, nel Dizionario enciclopedico, all'articolo Geografia sacra, ed il Robert, Geografia sa- cra e storica, stampata in Parigi nel '747- Cooperarono ai progres- si della geografia eziandio i feni-

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eli con la loro navigazione, le spe- dizioni marittime di Salomone, e di Necao re dell'Egitto intorno l'A- frica, i greci asiatici massime per le osservazioni astronomiche d' A- ristotile che fissò la figura sferica della terra, e misurando la circon- ferenza del globo, ne determinò la grandezza: anche il sublime Ome- ro viene riguardato benemerito del- la geografia per le molte città, pei diversi mari, e per le svariate re- gioni da lui nominate ne' suoi di- vini poemi. Con Alessandro il Gran- de viaggiavano sempre ingegneri, che formavano la carta de' paesi ch'egli attraversava , o soggiogava. Eratostene si meritò in questa uti- lissima scienza il glorioso nome di cosmografo, e di misuratore dell'u- niverso, che corretta la carta geo- grafica d'Anassimandro ne diede altra alla luce piìi esatta; le suc- cessive dispute sulle opere di tali geografi, contribuirono a perfezio- nare i principii della scienza , che con fervore e cura studiavasi nella Grecia. L'amore di essa passò an- che presso i romani, come passa- rono le altre scienze e le arti al- lorché cominciarono le loro estese conquiste fuori del f Italia, e soprat- tutto nell'Africa. Polibio fu spedi- to da Scipione Emiliano a ricono- scere le coste di varie regioni, e i luoghi per ove era passato Anni- bale. Varrone, De. re rustica, fa menzione della carta geografica che rappresentava l'Italia, e di quella che portavasi dai romani ne'trion- fi de' vinti paesi. L'eccellente astro- nomo Possidonio amico di Pom- peo, misurò la circonferenza della terra; e sotto il consolato di Giu- lio Cesare, che ne' suoi Comniea- tari ci die la descrizione delle Gal- lie, e delle isole Britanniche, si die-

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de mnno nlla grand'opeva della de- trattato di geografia ; Co«nio cgi- scrizioiie |)iìi esatta dell' imperio ro- ziaiio nel )36 compose la cosnio- mano: Zeiiodossio descrisse l'oricn- gra'ia cristiana; ed Erode pubhli- te, Teodoro il settentrione, e Po- d> la Notizia fieli' impero di Co- liclelo il mezzogiorno. Sotto Augii- slnnlino ^ e nel IX secolo o piìi sto, e per la sua protezione alle tardi venne scritta l'opera dell'ano- scieiize, si vide condotta a compi- nimo geografo ravennate. Passale mento la descrizione generale del le scienze dall'Europa nell'Asia, mondo, esposta nel mezzo di Pio- gli araldi le accolsero e coltivaro- ma sotto un gran portico a tale no in un alla geografìa, nella quale oggetto costrutto: lavoro in cui i ci diedero diverse opere: la Persia romani affaticàronsi quasi per due ebbe pure i suoi geografi. Nel se- secoli interi; indi Dionisio Periege- colo XIII, mediante i vinggi di ter- te descrisse la terra giusta i prin- ra e di mare, il gusto della geo- cipii d'Eratostene, e dell'immortale grafia si risvegliò in Europa , me- Slrabone. Fiorirono successi vamen- ritando menzione il veneto Marco te tra i romani geografi Isidoro di Polo, clie reduce da' suoi viaggi Carace autore delia Slazione dei nell'Asia ci porse la cognizione geo- Parlij Pomponio IMela die pub- grafica della Tartaria, della Cbina blicò il compendio di geografia in- e la vera figura dell' Afi-ica per titolato De sita orbisj Plinio il vec- mezzo d' un planisferio che recò chio che impiegò quattro libri del- dalla Cina. Da questo planisferio la sua opera delie cose naturali si prese l' idea di quello che fece intorno alla geografia; Martino di nel i4^7 pei' Alfonso IV redi Por- Tiro uno de' restauratori dell' an- togallo fr. Mauro converso camal- tica geografia; Ariano di Nicome- dolese, che meritò per questo di dia, che lasciò due peripli sul Pon- essere annoverato fra i geografi di te Eussino, e sul mar Rosso ; Dio- quel secolo: l'utilità recata alla rigi di Bisanzio descrittore del Bos- geografia da Marco Polo e da fr. foro Tracio; e Pausania che in Mauro, venne dottamente dimo- dieci libri descrisse la Gi-ecia. slrala dal p. d. Placido Zuria ca- Mentre la geografia acquistava maldolese poi cardinale. Nel decli- cultori sotto l'impero di Adriano nare del secolo XV la geografia fu e di Marco Aurelio, comparve To- ampliala dalla scoperta del nuovo lomeo ristauratore e padre della mondo fatta dall' immortale Cristo- geografia. Dopo questo celebre ma- foro Colombo, scoperta che fu se- tematico Alipio d'Antiochia descris- guita da tante altre con immensi se l'antico mondo; ed il cosmogra- vantaggi della scienza geografica. Il fo Elico fece l' itinerario d'Antoni- eh. Andres, Origine d'ogni lederà- no o Notizia dell' impero ; indi tura, t. Ili, par. II, p. 190, osserva neir impero di Teodosio si formò che da tale scoperta tutte le scien- la carta itineraria chiamata Peutin- ze grandemente ne profittarono, geriana, così detta dal suo posses- ma sopra tutte e singolai-mente la sore Corrado Pcutinger , la quale geografìa, ed ecco come si esprime: ti'ovasi al presente nella biblioteca •» Più mari e piìi terre si assog- imperiale di Vienna. Ne' secoli bar- getti) in pochi anni al suo do- barici Mosè Circnense scrisse un minio, che non aveva potuto con-

GEO GEO 63 quistare in tanti secoli. Ogni anno te le parti d'Europa, avendo l'ac- venne poscia segnato con nuove cacleniia delle scienze, mercè il la- scoperte. Ogni giorno si acquista- voro de' molti suoi membri, influi- rono nuove notizie delle slesse ter- to considerabilmente ai rapidissimi re, prima scopette. Il globo ter- progressi di essa, alla «piale, il ri- racqueo videsi accresciuto con l'A- peleremo, concorsero i lunghi viag- merica da un nuovo emisfero: e fatti da tanti oltramontani, e le ampie provincie fin allora vuo- principalmente da Cook che, per te e deserte nelle mappe geografi- modo di dire, si fece padrone di che, cominciarono nel seguente se- «Ine emisferi, e che alcuni chiama- colo a comparire piene e popolate, rono il Colombo dell' Oceanica, ed a conoscersi la vera forma e L'utilità e necessità della scienza reale esistenza ". All'incremento geografica ben dimostrano i molti- delia geografia contribuì eziandio plici Dizionari che si andarono di dopo tante scoperte, una vasta se- tempo in tempo pubblicando, ed rie d'illustri viaggiatori. Nel seco- il cui novero si legge nel bello lo XVI cominciò a prendere mag- e dotto discorso preliminare dell'e- gior vigore la geografia, per le rudito ed applauditissimo Nuovo accennate scoperte, per le cogni- Dizionario geografico universale , zioni de' dotti uomini che le colti- opeia originale italiana di mia so- varono , come ancora per l'arte cietà di scienziati, coi celebri tipi d' incidere , onde col moltiplicarsi del benemerito ed illustre tipogra- ie carte , andavansi esse perfezio- fo Giuseppe Antonelli editore, pub- nando ; l'Alemagna , l'Inghilterra, blicato in Venezia nell'anno 1826. l'Italia, la Spagna, la Svezia, la In quanto alla geografia sacra Piussia, e sopra ogni altra nazione ed agli autori che si possono con- ia Francia, progressivamente coni- sultaie, riporteremo ciò che il ce- parir videro grandi e stimate ope- lebre Francesco Antonio Zaccaria re di geografia. L' Olanda e la scrisse nel tom. I, p. 9 delle Dis- Fiandra acquistarono pur anco del- seriazioni varie italiane a storia la rinomanza pei letterari travagli ecclesiastica appartenenti , Roma de' loro geografi. Nell'Italia fio- 1780. Eusebio ci lasciò in greco rirono Gio. Antonio Magini di Pa- un libro de' nomi de' luoghi e del- dova per la geografia antica e mo- le città mentovati nella sacra Scrit- derna; il p. P».iccioli gesuita ferra- tura, traslato in latino da s. Giro- rese, non che gli altri gesuiti pp. lamo, e poi emendato, riordinato Le-Maire e Boschovich, oltre Do- ed illustrato con annotazioni dal p. menico Cassini, ed il p. Coronelli Iacopo Confrerio l'anno i65q nel cosmografo della repubblica di Ve- suo Onomastico/i nrbium, et loco- nezia. Nei primi del secolo decor- rum sacrae Scripturae, che fu ri- so in Russia s'incominciò a colti- prodotto in Amsterdam nel 1707 vare la geografia con qualche sue- da Giovanni Clerc. A questo si ag- cesso. 11 cominciamento del passa- giimgano l'insigne opeia della Geo- io secolo dev'essere riguardato sic- grafia sacra di Samuele Ijocliart, come l'epoca precisa di una gene- la Geografìa sacra di Nicola San- rale rinnovazione della geografia son in alcune cose corretta da di Francia, e per così dire in tut- Agostino Lubino nelle sue tavole

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Sacrac grographine, e la Palcslìna di Adriaiio Rclaiulo; non che i primi quattro libri delle Anlicliìtà giudaiche di Benedetto Arias Mon- tano, i commenti di Poste), di An- dricomico, di Yallalpando ec. Per conto poi della geografia ecclesia- stica di tutte le diocesi dell' uni- verso, antica e moderna, si posso- no consultare i seguenti. Michele le Quien religioso domenicano, O- riens christianus in quatuor patriar- chatus di gestii^, quo exhihenlur ec- clesiae patriarchne, cacterisque prae- sulci totius orientis, Parisiis ex ty- pographia regia 1740. Biagio Ter- zi di Lauria, Siria sacra, descrizio- ne storico-geografica-cronologìca-lo- pograjica delle due chiese patriar- cali Antiochia e Gerusalemme, pri- mazie, metropoli e suffraganee , col- legi, abbazie e monisteri. JS'otizia de' concili, ordini equestri, e di tut- te le nazioni cristiane orientali , con due trattati delle patriarcali di Alessandria e Costantinopoli , de' primati di Cartagine e d' Etio- pia ec, Roma iGc)5 nella stampe- ria del Bernabò. Stefano Antonio Morcelli gesuita bresciano, Africa Christiana in tres partes tributa, Brixiae ex oilìcina Bettoniana i8i6. Ferdinando Ughelli fiorentino ab- bate cistcrciense, Italia sacra sive de epìscopis Ilaliae, et insularuui adjacenlìuni, rebusque ab iis prae- clare gestis, deducta serie ad no- stram usque aetalem. Opus singu- lare proi'inciis XX distiuctum in quo ecclesiarum origines , urbium condiliones , principuni donaliones , recondita monumenta in luceni pro- feruntur. Editio secunda, aucta et emendata cura et studio Nicolai Coltli, Vcnetiis 1717 apud Seba- slianum Coleli . Agostino Lubin degli eremiti di s. Agostino, Abha-

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tiaruni Ilaliae hrevis notitia qua- rum excisaruni , quani extantium, tilulus , ordo , dioecesis fundalio , mutaliones, situs, etc. exactius ex- primuntur, Romae 1693 typis Ro- marck. Antonio Felice Mattei mi- nore conventuale, Sardinia sacra seu de episcopis sardis hisloria, Ro- mae 1758 ex typografia Zempel. P>.occo Pirri abbate, Siciliae sacrae disquisitionibus et notitiis illustra' ta, eie, hiì^dun'ì Batavorum i63o. Francesco Paolo Sperandio arcipre- te, Sabina sacra e profana, anti- ca e moderna, Roma 1790 nella stamperia Zempel. Sammartani , Gallia Christiana qua series o- viniuni archiepiscopo rum , episco- porum et abbatuni Franciae, vici- narumquc dilionum, ah origine ec- clesiarum, ad nostra tempora, Lu- tetiae Parisiorum i656 apud du Mesnil. Abb. de Conimanville, Hi- stoire de toiis les archéveschez et évescliez de V univers, Paris 1700 chez Delaulne. Auberto Mirco ca- nonico, Notitia episcopatuum orbis chrisliani, in qua christianae reli- gionis ampliludo elucet, Autuerpiae 161 3 ex officina Plantiniana. Il cardinal Garampi, come dicemmo al suo articolo, aveva preparato i materiali per un'opera che intito- lava Orbis christianus.

GER.ACE (Hieracen). Città con residenza vescovile della Calabria ulteriore prima nel regno delle due Sicilie, capoluogo di distretto e di cantone , posta su d' una emi- nenza tra i due fiumi Novito e Me- rico presso il mar Ionio, all' orien- te del capo Sparlivento. Dopo il terremoto del 1783, che in gran parte distrusse la città, non vi so- no edifizi degni di speciale men- zione, tranne la cattedrale, alcune chiese , il senanario , 1' ospedale e

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tliversi conventi. Ha vicino delle acque minerali che sono in pregio, e vi si fa un commercio di buon vino detto greco. I locresi opunzi fuggiti di Grecia fondarono coli'as- sistenza dei siracusani la colonia di Locri presso al promontorio Zefl- rio, Zcphyriian, oggi capo di Stilo. Divenne una delle fiorenti repub- bliche italiane, la quale per la sua potenza si acquistò somma gloria. Divenula la città di Locri {Fedi), municipio romano, gli abitanti si trasferirono sulle falde del monte Esope, ed ivi costruirono la nuova Locii che divenne anche sede ve- scovile, dalle rovine della quale nel principio del secolo IX sorse Ge- race; e si vedono ancora nei din- torni le rovine di un acquedotto, e di qualche altro antico monu- mento. Neil' anno 986 Gerace fu saccheggiata dai saraceni , ed in processo di tempo soggiacque a di- versi infortunii. Il distretto di Ge- race è diviso negli otto cantoni di Ardore, Bianco- Vecchio, Castel- Ve- tere, Gerace, Gioiosa, Grotteria, Staiti e Stilo.

Il primo vescovo conosciuto di Gerace è Basilio, fiorito verso l'an- no 33o al dire dell' Ughelli, Italia sacra tom. IX, p. 894; ma non sembra conciliabile tale epoca con la sua intervenzione al concilio di Calcedonia nel pontificato di s. Leo- ne I. Dopo di Basilio avvi una la- cuna fino a Leonzio, eletto e con- fermato dal Papa Innocenzo II nel I 1 38. Commanville dice che nel VI secolo si trasferì la sede vesco- vile di Locri in Gerace, che chia- ma santa Ciriaca : sembra dunque che l'origine di Gerace non debba attribuirsi al IX secolo , ma assai prima. Fu chiamato ancora Gem- ei, Gieracì, Locres e Sancta Hie-

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rada. Vi si celebrava anticamente r udizio divino secondo il rito gre- co, laonde prima di parlare dei successori di Leonzio a questa se- de vescovile, di ciò faremo cenno, con l'autorità di Pietro Pompdio E.odotà, Dell' origine e progresso del rito greco in Italia, tom. I, p. 4i6 e seg. I vescovi della città di Gerace contimiarono dopo il seco- lo XI a fare la divina oblazione nel rito greco. Inutile fu l'opera de' normanni, e indarno si adope- rarono i romani Pontefici per vin- cere la loro ostinazione, e per ren- derli docili al rito della Chiesa ro- mana. Fra i greci prelati, i quali fecero luminosa comparsa, merita di essere annoverato Barlaamo mo- naco basiliano nato in Seminara, e abbate del monistero di s. Sal- vatore di Costantinopoli, assai dot- to, il quale n'ebbe il governo nel i34?. : l'imperatore Andronico lo spedì suo legato al Papa Benedet- to XII, innanzi al quale recitò al- cune orazioni, sopra l' unione del- le chiese greca e Ialina ; ma poscia mosso da ambizione per acquistar credito presso gli scismatici,, abiurò la cattolica religione, e fece aperta professione della scismatica, scriven- do contro i dogmi della latina. Tuttavolta ravvedutosi dell'errore fu riconciliato con la santa Sei\c, e pel zelo ardente che prese in di- fenderla , si meritò l'affezione di Clemente VI, il quale dimentican- do il passato lo fece vescovo di Gerace; quindi Basilio istituì mol- li letterati nelle greche discipline ^ e fu maestro del Boccaccio, del Pe- trarca e di altri illustri personag- gi di quel secolo. Dice ancoia il Rodotà , che un gran numero di vescovi della chiesa greca di Ge- race furono eletti dall'ordine ba-

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siliano: r uUimo greco, il quale la governò, fu Atanasio Calceofilo di Coslanlinopoli, ornato di tulle quel- le prerogative che si possono de- siderare in un moderatore della disciplina regolare: presiedette nel- la dignità di abbate al monislero basiliano di s. Maria del Patire; nel concilio di Firenze declamò con- tro le follie e scismatiche frodi dei greci, e risplendette per chiari esem- pi di molte egregie virtìi, onde la Chiesa romana lo innalzò alla di- gnità di vescovo di Gerace. Temen- do forse per una vana e leggieris- sima apprensione, che il rito greco, che ivi era in onore, ridondasse a danno della cattolica religione, o per altri motivi, rivolse tutte le cure per ristabilirvi il latino. Egli dun- que tra i vescovi di Gerace fu il primo a cambiarlo nel 1467, ed i suoi successori per una serie mai interrotta , 1' hanno costantemente ritenuto. Dice in ultimo il Rodotà, che la chiesa sotto il titolo di s. Maria de Latinis di Gerace , cre- de essere stata la comune madre de' pochi latini che vi facevano il loro soggiorno, nel tempo in cui la maggior parte della città era composta di greci.

Il successore di Leonzio vesco- vo di Gerace, fu Euslasio tesorie- re della cattedrale, eletto dai ca- nonici e confermato nel 11 78 da Alessandro III. Nel i 194 divenne Tescovo il greco Nicola ; Bartonul- fo greco monaco basiliano, fu in- truso dai greci verso il i25o; a sua vece Innocenzo IV nel i2?3 vi prepose M. Leone; Alessandro IV nel 1 260 fece vescovo Paolo Leone; Giovanni eletto dal clero, fu confermato nel i3io da Cle- mente V, ed ottenne dal re Ro- berto vari privilegi; Clemente VI

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non approvando l'elezione del ca- pitolo , trasferì a Gerace Nicola vescovo di Dova ; fr. Simeone di Costantinopoli fatto vescovo da Clemente VI nel 1 348, celebrò il sinodo; Nicola Mele di Gerace, te- soriere della cattedrale, nel i366 fu vescovo, ma seguì le parti del- l'antipapa Clemente VII; Angelo de Tufo del i4oo, fu uno degli ottimi vescovi, ed ebbe a successo- re Paolo che nel 14^9 divenne arcivescovo di Reggio; Gregorio primicierio della cattedrale nel i444 fu elevalo alla dignità vescovile; Troilo Carafa nel i497 fu fallo ve- scovo di Gerace, e governò sette an- ni. Dopo di lui nel i5o5 Giulio II diede in commenda questa chiesa al cardinal Oliviero Caraffa, che però la rimmziò nel medesimo anno , ed il Papa lo fece succedere dallo spagnuolo Jacopo Conchille, al qua- le nominò successore nel i Sog il cardinal Bandiuello Sauli, che sot- to Leone X si dimise nel i5i7. Quel Papa allora aHidò la chiesa in commenda al cardinal France- sco Armellini perugino, e per sua morie fece commendatore della me- desima nel 1 5 19 il cardinal Ales- sandro Cesarini, che la rassegnò nell'istesso anno. Ma siccome Gi- rolamo Planca nobile romano da- togli a successore, morì nel i '^34, così Clemenle VII commendò la chiesa di nuovo al cardinal Cesa- rini, clic la lasciò nel i536, onde fu fatto vescovo Tiberio Muli nobile romano. Egregio vescovo fu Otta- viano PaS(|ua nominato da Grego- rio XIII nel \^~^\, che ebbe a suc- cessore nel 1^91 fr. Vincenzo Bo- nanli rouiano, maestro del sagro palazzo apostolico, ed autore d' un fiallalo della viitù degli Jgims Da bcncdcUi Dopo la sua morte,

GER Clomcnle Vili nel 1601 dipliiarò vescovo Orazio Malici nol>ile ro- mano, cui per volere di Gregorio XV successe nel 1622 Alessandro Boschi bolognese, che Urbano Vili lece vicegerente di Roma, e vica- rio apostolico di Parma. Gio. Ma- ria Belletti di Vercelli fu colloca- to in questa sede nel 1625 da Urbano Vili , e scrisse un uti- le libro intitolato: Disquisìliones clericoles. L'Ughelli termina la se- rie de' vescovi di Gerace con Lo- renzo Tramnilo, ed il Coleti con Domeniro Diez nobile di Aversa, fatto XL vescovo nel 1689. I di lui successori si leggono nella col- lezione delle annuali Notizie di Roma; ed al presente è vescovo di Gerace monsignor Luigi Perro- ne di Cosenza, già canonico peni- tenziere della cattedrale di sua pa- tria, preconizzato dal regnante Gregorio XVI nel consigtoro de' 19 dicembre i834.

La cattedrale di Gerace è de- dicata a Dio, in onore dell'Assun- zione in cielo della Beata Vergi- ne Maria, essendo la diocesi sulTra- ganea dell'arcivescovo di Reggio nel medesimo regno delle due Si- cilie. Avendo ii memorato terre- moto rovinato la cattedrale assai bella e di gotica architettura, venne decorosamente riedificata dall'ulti- mo vescovo defunto, monsignor Giu- seppe Maria Pellicano di Gioiosa, diocesi di Gerace, che Pio VII avea fatto vescovo nel 18 18. Il capitolo si compone di otto digni- tà, essendo la prima quella del decano, e le altre sono l'arcidia- cono, il primicerio, l'arciprete, il protonota lio, il tesoriere, il canto- re ed il maestro di cerimonie. I canonici sono sedici, comprese le prebende di penitenziere e di teo-

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logo; inoltre fanno parte del ca- pitolo i mansionari, ed altri preti e chierici addetti al servigio ec- clesiastico. Nella cattedrale la cura delle anime è affidata all'arcipre- te, quarta dignità; ivi è il fonte battesimale , e molte sacre reliquie. Contiguo alla cattedrale è l'episco- pio, nella maggior parte rifabbri- cato. Oltre la cattedrale in città si enumerano dodici chiese par- rocchiali tutte munite del balti- slerio. Vi sono pure due conven- ti di religiosi, ed un monistero di moìiache, non che diverse con- fraternite, e seminario cogli alun- ni . Ad ogni nuovo vescovo la mensa è tassata ne' libri della ca- mera apostolica in fiorini sessanta- due, verus aulem illonun valor est 3ooo circiter dacalorutn aeris nen- polilanis piihlicis non dcductis one- ribiis, siccome si legge nella propo- sitio concistoriale.

GERALDO (s), conte di Au- rillac in Alvergna, nato l'anno 855, ereditò da' suoi genitori vivi sentimenti di virtìi e di pietà. A- vendolo la sua mal ferma salute obbligato di abbandonare i guer- reschi esercizi, ai quali la nobile gioventù usava allora dedicarsi » prese piacere per lo studio, per l'o- razione, e per la meditazione del- la legge divina, e gli si insinuò nel cuore il desiderio di rinunzia- re al mondo per sempre. Morti i suoi genitori dispensò a' poveri la maggior parte delle sue ricchezze, non riserbandosi che quanto gli era necessario per vivere. Condus- se vma vita esemplare fra le pra- tiche di divozione e la penitenza, esortando i suoi vassalli alla virtù, ed agevolando loro i mezzi di di- venire buoni cristiani. Per ispirilo di penitenza fece un pcllegrinag-

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gio a Roma. Ritornato ad Auril- lac fondò una gran chiesa in ono- re di s. PietiOj nel luogo di quel- la di s. Clemente fatta edificare da suo padre con un monastero dell'ordine di s. Benedetto. Ar- ricchì considerabilmente questo mo- iiisterOj e si prese cura che vi fos- se osservata la piìi esalta discipli- na, per cui divenne florido e repu- tato. Egli si sarebbe ritirato in questo monistero, ma il suo con* fessore lo consigliò di continuare a viver nel mondo per spargervi i suoi benefizi. Egli perseverò adun- que nel suo fervore avanzandosi ogni più nella perfezione. Sette anni prima della sua morte perdette la vista, e morì a Cezeinac nel Quer- ci a'i3 di ottobre del 909. Fu seppellito nel monistero di Auril- lac, e diversi miracoli attestarono la sua santità. Quell'abbazia fu se- colarizzata, e cangiata in un capi- tolo di canonici da Pio IV nel i562. Dipoi vi fu noralDato un abbate commendatario con molti privilegi. S. Geraldo è patrono dell'alta Al- vergna, ed è onorato a' i 3 d'ottobre, giorno della sua morte. Nella chiesa collegiata di Aurillac conservansi alcune sue reliquie sottratte al fu- rore degli ugonotti.

GERALDO (s.). Inglese di na- scita, passò in Irlanda, e vi prese abito religioso nel monistero di Megeo o Mayo, fondato da Coiman di Lindisfarne,i n favore di quelli d Inghilterra . Divenne successiva- mente abbate e vescovo. Fondò egh due monisteri, uno di uomi- ni e l'altro di femmine, del qua- le diede il governo a sua sorella, per nome Segrezia. Questo santo vescovo cessò di vivere nel 782, e fu sepolto a Mayo, ove ancora si vede una chiesa che porta il suo

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nome, e la sua memoria è ono- rata a' 1 3 di marzo.

GERA-PETKA, o HIERA-PE- TRA, o HIEROPYDNA. Sede ve- scovile nella costa meridionale del- l'isola di Creta, presso il monte Ida, chiamata pure Castello di Ce- ra - Petra , essendo frequentato il luogo a motivo del suo comodo porto. Questo vescovato fu eretto nel quinto secolo, sotto la metro- poli di Candia, nella diocesi del- l'Illiria orientale. Eufronio suo ve- scovo sottoscrisse la lettera della sua provincia all' imperatore Leo- ne, e al dire di Commanville, nel secolo XII fu unita la sede a quel- la di Sittia. Dopo che i latini oc- cuparono l'isola, fu sede de' vesco- vi di